
Nel cuore di città alta, nell’ultimo corridoio rimasto dell’ex carcere di Sant’Agata abbiamo allestito una mostra che, avvalendosi dei risultati della ricerca pubblicata nel 2020 (E. Ruffini, Se quei muri potessero parlare, Il filo di Arianna), attraversa gli spazi e ne sottolinea l’urgenza di renderli luogo di memoria della nostra città.
Dell’ex carcere di Sant’Agata esistono ormai solo sei celle, finestre senza vetri, pareti scrostate, porte arrugginite: custodiscono però storie di uomini e di donne testimoni di una Bergamo che all’indifferenza, alla passività, al cinismo della dittatura fascista, della sua violenza, del suo razzismo e della sua guerra seppero opporre l’immaginazione e l’intelligenza necessarie per costruire un mondo diverso.

La ricerca
È ormai dato acquisito per la storia della città di Bergamo la centralità del carcere nella politica repressiva nazista e fascista degli ultimi venti mesi di guerra: è allora che a Sant’Agata si intrecciano le storie di donne e uomini dichiarati per legge “di razza ebraica”, di donne e uomini in attesa di giudizio presso il Tribunale militare germanico o quello speciale, di militari tedeschi disertori, di genitori e parenti presi come ostaggi, di condannati alla deportazione politica o alla fucilazione.
La mostra
Per sottolineare l’importanza di quello spazio abbandonato, in ogni cella si costruisce un dialogo tra spazio e documenti: non è una mostra documentaria fatta di pannelli, ma tracce del passato eccezionalmente trasportate dagli archivi che le conservano occupano un luogo che ha bisogno di essere riconosciuto e preso in carico dalla comunità nel suo valore di luogo di memoria.
La sfida
Il delicato equilibro tra luogo abbandonato e oggetto conservato mira a non riempire lo spazio di informazioni, ma ad attraversarlo con la curiosità per la conoscenza della storia che svela storie di uomini e di donne da recuperare attraverso politiche attente e capaci di quell’immaginazione necessaria per fare dei luoghi spazi di incontro tra passato, presente e futuro.

Oltre un anno di lavoro per Sant’Agata
La mostra è stata visitabile tra giugno 2021 e ottobre 2022, ecco qualche numero del nostro impegno per stabilire un dialogo costante con la nostra comunità.
Grazie alla collaborazione con Maite, Carcere e territorio abbiamo garantito l’apertura della mostra tutti i sabati e domenica e su prenotazione, lottando contro polvere e piccioni e offrendo visite guidate. Possiamo dire che sono passati circa 8000/9000 visitatori.
Dal 13 ottobre al 1° dicembre 2021 abbiamo istituito “I mercoledì di Sant’Agata”: ogni mercoledì Isrec chiudeva in città bassa per spostarsi in Sant’Agata ad accogliere la mattina le scuole; a organizzare il pomeriggio incontri aperti al pubblico più vario. In queste occasioni abbiamo lanciato la proposta “Sant’Agata per le scuole” che è stata subito accolta da 10 istituti da Bergamo e dalla provincia e che è poi proseguita fino ad oggi: possiamo dire di avere accolto in un anno più di 1000 studenti e oltre 50 insegnanti. I pomeriggi dei Mercoledì hanno invece rafforzato e aperto dialoghi con enti e associazioni bergamasche e non – da Carcere e territorio alla Fondazione Memoria della Deportazione di Milano, al collettivo studentesco del Sarpi – e rafforzato quello con alcune famiglie di ex detenuti (Fiocchi, Vismara, Magnini, Maris, Battaggion, Banfi per non citarne che alcuni). Abbiamo continuato a studiare e, grazie alla collaborazione con Il filo di Arianna, è stato pubblicato un volume: Don Agostino Vismara. Lettere dal carcere, a cura di A. Bendotti e E. Ruffini.
Per tutto l’anno abbiamo accolto artisti – la scuola di danza Addiction ha interagito con la mostra realizzando una performance site specific per l’8 marzo mentre abbiamo aperto gli spazi a tre mostre – e costruito rapporti con enti vicini e lontani: la biblioteca di Schilpario che ha portato in visita i suoi utenti e da cui sono nati progetti con le scuole, la scuola del Patronato San Vincenzo da cui è scaturito il progetto che ha portato alla realizzazione dell’ultimo numero di Bandita, la collaborazione con la Fondazione Memoria della Deportazione.
A questo proposito alla fine di quest’anno di lavoro vogliamo rivolgere un grazie particolare ai fratelli Maris e a Moni Ovadia: hanno creduto nel nostro impegno e l’hanno intrecciato al centenario di Gianfranco Maris che qui è stato detenuto prima della deportazione a Mauthausen. La lettura che Moni Ovadia ha tenuto nel carcere il 24 gennaio 2022 è stata cruciale per risvegliare l’attenzione quando ancora l’ex carcere era un non-luogo, gli interventi nei Mercoledì di Piero Colaprico e Francesco Maisto hanno arricchito il confronto e infine oggi è con piacere che ricordiamo che il carcere fa parte della rete di luoghi di memoria del sito memoriacultura.it
A tutte e tutti quelli che sono stati a Sant’Agata, a tutte e tutti quelli che hanno voluto lasciare un loro pensiero un grande grazie: porteremo nel pensiero i vostri volti, le vostre domande e i vostri commenti che sono stimolo per continuare il lavoro.
Il volume “Se quei muri potessero parlare” e il taccuino di accompagnamento alla mostra sono disponibili per il prestito o l’acquisto presso il nostro istituto. Scriveteci per richiederli a: biblioteca@isrec.it

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Curatela: Elisabetta Ruffini, Chiara Molinero, Luciana Bramati
Testi: Elisabetta Ruffini
Progetto Allestimento: Associazione Maite, Francesca Gotti, Stefano Marziali – HyperReal, Pietro Bailo
Allestimento: Pietro Bailo, Simone Moretti, Simone Persico
Progetto grafico: Dario Carta – #cartadesign
Fotografie: Isabella Balena
Applicativo multimediale: Stefano Marziali – HyperReal, Maria Andrea Filippo Cailotto
Installazione sonora: Francesco Ronzon
Restauro conservativo dei materiali esposti: Ilaria Lanfranconi, Eleonora Canobbio, Gaia Petrella
Si ringraziano per la collaborazione, l’accesso ai materiali e il prestito dei materiali la Casa circondariale di Bergamo, la sua direttrice Teresa Mazzotta, la dott.ssa Anna Rosa Maioli e l’ispettore Giuseppe Randazzo e i suoi colleghi, il Museo Mons. Guglielmo Carozzi di Seriate e la famiglia Capelli, Istituto nazionale Ferruccio Parri, il suo presidente Paolo Pezzino e il dott. Andrea Torre, il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, il suo direttore Gadi Luzzatto e le dottoresse Anna Brazzo e Daniela Scala, l’Archivio di Stato di Bergamo, il suo direttore Mauro Livraga e la dott.ssa Lucia Citterio, la Biblioteca civica A.Mai e la sua direttrice Elisabetta Manca, il Bundesarchiv di Friburgo e il suo direttore Hartmut Weber.
Si ringraziano per il contributo alla ricerca i collaboratori dell’Isrec Gabriele Fontana, Silvio Cavati, Silvano Marcassoli, Lia Martini, Cristina Mosconi, Francesco Corniani e Marinella Fasani.
Si ringraziano tutte le socie e i soci di Maite che da anni lavorano, sostengono e supportano ExSA, bene comune.
Si ringraziano per il supporto e il confronto Rosangela Pesenti e Agnese Lepre di Udi Velia Sacchi.
Un grazie particolare a Angelo Bendottim presidente dell’Isrec per l’attenzione e la passione con cui ha accompagnato questo lavoro.
La mostra è stata realizzata grazie alla caparbia insistenza e al generoso contributo di Maria Teresa Fiocchi Pugno Vanoni, figlia del detenuto politico Giulio Fiocchi.
Il progetto Se quei muri potessero parlare ha ricevuto il sostegno di Fondazione della Comunità Bergamasca ONLUS e di FIEB Fondazione Istituti Educativi Bergamo, Associazione Culturale Banlieue, Fondazione Gritti Minetti e quello particolare di tanti e tante cittadine: Valentina Bailo, Maria Rosa Battaggion, Stefano Bonomi, Claudio Calzana, Roberto Cantoni, Elena Carnevali, Iginia Gandini, Giorgio Magri, Silvano Marcassoli, Amalia Martini, Salvatore Mattina, Livia Poloni, Luca Pornaro, Valeria Rossi, Paolo Sirtoli, Carlo Spinetti.

