{"id":8669,"date":"2020-03-25T14:05:18","date_gmt":"2020-03-25T14:05:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/?p=8669"},"modified":"2020-04-07T13:51:54","modified_gmt":"2020-04-07T13:51:54","slug":"controllo-corpi-santagata","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/?p=8669","title":{"rendered":"Il controllo dei corpi: il carcere di Sant\u2019Agata"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">La prima puntata della nostra rubrica non poteva che essere dedicata all\u2019ex-carcere di Sant\u2019Agata: per l\u2019Isrec non \u00e8 solo un tema di storia, ma anche un impegno civile per la salvaguardia e la valorizzazione di un luogo della nostra citt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il controllo di un territorio passa sempre per il controllo dei corpi che lo abitano: l\u2019Europa nazifascista \u00e8 un\u2019Europa che esercita un attentissimo controllo dei corpi e ne organizza la loro messa in scena al servizio del potere. Nella Seconda guerra mondiale tale politica arriva al parossismo attraverso un impiego mirato della violenza. Non sar\u00e0 un caso se i <em>Banditen<\/em>, quelli che oggi chiamiamo partigiane e partigiani, da una parte vivono la loro guerra esercitando fino in fondo la libert\u00e0 del proprio corpo, che significa movimento, fuga, capacit\u00e0 di nascondersi, elementi che finiranno per caratterizzare quella guerra di movimento che \u00e8 stata la Resistenza. Dall\u2019altra parte, misurano la forza del nemico, la sua logica, sui propri corpi offesi, esposti e abbandonati, perch\u00e9 anche la spettacolarizzazione della violenza e della morte \u00e8 uno strumento di controllo del territorio. Alla luce della seconda guerra mondiale, la libert\u00e0 di movimento nei nostri paesi europei dovrebbe continuare a interrogarci come una sfida lasciateci da quegli uomini e quelle donne che la esercitarono malgrado la violenza del nemico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non possiamo ricostruire qui tutta la storia del complesso di Sant\u2019Agata che inizia nel 1600; ricordiamo solo che quella del complesso in quanto carcere inizia alla fine del 1700 e si prolunga fino al 1978\/79. \u00c8 una storia significativa certo per la durata, ma anche perch\u00e9 la storia della vita nelle carceri \u00e8 sempre una cartina di tornasole del processo democratico del paese che sta fuori dal carcere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 1943 al 1945, nel controllo del territorio bergamasco da parte di nazisti e fascisti, il carcere di Sant\u2019Agata svolge un ruolo nevralgico e aiuta a comprendere le strategie di repressione messe in atto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non abbiamo una planimetria valida per l\u2019epoca 1943-1945 (l\u2019abbiamo cercata e ricercata, ma seppur sappiamo sia esistita non siamo riusciti ancora a ritrovarla) e per la ricostruzione facciamo affidamento alle scarne notizie che ci giungono dalle relazioni dei lavori di manutenzione e, soprattutto, dagli occhi delle detenute e dei detenuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci preme allora constatare che la prospettiva dei detenuti \u00e8 chiusa: sono uomini e donne costretti in un luogo che riescono a conoscere solo attraverso la sfera limitata delle proprie sensazioni, per lo pi\u00f9 dolorose (freddo, buio, ristrettezza, fame, dolore), senza riuscire mai ad avere una visione d\u2019insieme. Ed \u00e8 questa impossibilit\u00e0 che nelle loro testimonianze resta come traccia della costrizione dei loro corpi. Provare a ricostruire il reticolato delle celle intrecciando le relazioni dei lavori eseguiti nel carcere e i percorsi individuali delle donne e degli uomini che testimoniarono della vita l\u00ec vissuta durante i venti mesi non \u00e8 solo un esercizio bizantino, ma \u00e8 un modo per fare eco al rumorio dell\u2019esperienza dentro il carcere, cercando a tentoni la sua struttura come fosse un corpo disarticolato dalla violenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Senza una planimetria valida, ci siamo appoggiati sulla tesi di Andrea Degani e Luca Scarpellini, <em>L\u2019ExSa a Bergamo<\/em>. Recupero e riuso delle carceri giudiziarie dismesse nell\u2019antica casa teatina di Sant\u2019Agata (tesi sostenuta al Politecnico di Milano, a.a. 2017\/2018) che ha permesso di ricostruire la geografia e la struttura delle vecchie carceri. Tuttavia gli spazi da loro studiati risentono delle modifiche apportate negli ultimi decenni e la ricostruzione architettonica che ne risulta non rispecchia la topologia durante gli anni dell\u2019occupazione nazista. La loro tesi resta per\u00f2 una guida imprescindibile per a cogliere la complessit\u00e0 della struttura e a orientarsi all\u2019interno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per poter analizzare l\u2019edificio i due architetti hanno scomposto il complesso in tre corpi A, B e C e in sei livelli che costituiscono i vari piani del carcere. L\u2019edificio ancora oggi ha una forma a ferro di cavallo, con al centro il cortile della vecchia ora d\u2019aria destinato ai detenuti. Il corpo A \u00e8 quello che si affaccia su via del Vagine, il corpo B \u00e8 quello tra A e C e si trova dirimpetto al muro dell\u2019ora d\u2019aria e, infine, il corpo C si trova su vicolo Sant\u2019Agata e comprende la chiesa omonima, ora occupata dalla cooperativa Citt\u00e0 Alta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019edificio ha un\u2019architettura interna estremamente irregolare; nei secoli \u00e8 stato pi\u00f9 volte trasformato e la stratificazione archeologica che ne risulta restituisce la complessit\u00e0. I sei livelli del carcere sono differenti nei vari corpi ed hanno altezze e dimensioni dissimili. La scomposizione che ne hanno fatto Degani e Scarpellini ci \u00e8 risultata indispensabile per riuscire a visualizzare le informazioni che provengono dalle carte dell\u2019Archivio di stato e dalle testimonianze dei detenuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prendiamo allora alcune di queste relazioni dei lavori di manutenzione conservate nei fondi del Genio Civile del XX secolo. Se Degani e Scarpellini sorvolano rapidamente su questi anni considerandoli interventi di minore importanza rispetto a quelli dei secoli precedenti, a noi tali relazioni forniscono importanti indicazioni. \u00c8 stato dalla loro attenta analisi che abbiamo infatti ricavato quei dati che hanno potuto integrare le osservazioni sulla struttura generale e che ci hanno permesso di andare a considerare, livello per livello, la topologia interna del carcere nel periodo 1943-1945.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prendiamo per esempio il piano\/livello corrispondete al vicolo di Sant\u2019Agata. Dall\u2019entrata in funzione del carcere, l\u2019ingresso principale \u00e8 sempre stato qui, in corrispondenza dell\u2019architrave in pietra portante la scritta <em>carceri giudiziarie<\/em>. Per approfondire lo studio di questo piano \u00e8 stata molto utile la relazione dei lavori elettrici effettuati nel luglio 1942. Da qui, sappiamo che il piano era costituito anche da due corridoi, un camerone di smistamento, la cucina e relativi servizi, uffici, tra cui la direzione, e celle: oltre a quelle dei colloqui, le cui inferiate erano dipinte di bianco, c\u2019erano anche celle a pagamento e celle normali nell\u2019ala nord (corpo A su via del Vagine).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dalle testimonianze possiamo aggiungere con certezza che su questo piano avveniva la registrazione tanto delle detenute che dei detenuti, poi smistati nei rispettivi reparti e che le celle normali dell\u2019ala nord erano le celle del reparto maschile con la numerazione pi\u00f9 bassa. Qui si trovavano le prime 5 celle, il cui tratto di corridoio antistante era scherzosamente chiamato \u201cviale dell\u2019Impero\u201d dai prigionieri, come ricorda Franco Maj, perch\u00e9 pi\u00f9 sorvegliato trovandosi nelle vicinanze del corpo di guardia. Dal dicembre le celle N. 4 e 5 sono requisite dai tedeschi, come ricorda Giacinto Gambirasio, e diventano prigioni per sorvegliati speciali, per esempio Eraldo Locardi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 cos\u00ec che le testimonianze ci aiutano ad entrare piano per piano nella vita del carcere e a costruire quella mostra\/installazione che ci siamo impegnati a fare per il progetto <em>Se quei muri potessero parlare di parlare <\/em>su cui avremo modo di ritornare a parlare in questa rubrica.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><strong>di Elisabetta Ruffini e Chiara Molinero<\/strong><\/p>\n<p>\u00a0<div class=\"videoContainer\"><iframe loading=\"lazy\" style=\"border: none; overflow: hidden;\" src=\"https:\/\/www.facebook.com\/plugins\/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fisrecbg%2Fvideos%2F746874912511862%2F&amp;show_text=0&amp;width=560\" width=\"560\" height=\"315\" frameborder=\"0\" scrolling=\"no\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><\/iframe><\/div><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La prima puntata della nostra rubrica non poteva che essere dedicata all\u2019ex-carcere di Sant\u2019Agata: per l\u2019Isrec non \u00e8 solo un tema di storia, ma anche un impegno civile per la salvaguardia e la valorizzazione di un luogo della nostra citt\u00e0. 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