{"id":8698,"date":"2020-04-28T19:23:25","date_gmt":"2020-04-28T19:23:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/?p=8698"},"modified":"2020-05-06T19:56:34","modified_gmt":"2020-05-06T19:56:34","slug":"biografie-detenute-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/?p=8698","title":{"rendered":"Biografie detenute &#8211; Ep. 2: Il carcere come labirinto di storie vissute"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\">[<em>continua dalla <a href=\"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/?p=8691\">prima puntata<\/a><\/em>]<\/p>\n<h3 style=\"text-align: justify;\">Nel reparto femminile: intreccio di storie (seconda parte)<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci eravamo lasciati la scorsa settimana nel reparto femminile del carcere di Sant\u2019Agata, evocando una detenuta per reati comuni e un foglietto intorno a cui si stringevano 13 donne e da qui ripartiamo per continuare a dipanare l\u2019intreccio di storie che popolano il carcere di Sant\u2019Agata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non conosciamo n\u00e9 il nome della donna compagna di Betty n\u00e9 il reato per cui \u00e8 condannata. Tuttavia all\u2019interno della ricerca sul carcere, il nostro collaboratore Silvano Marcassoli ha analizzato i tredici volumi delle sentenze del Tribunale Penale di Bergamo emesse negli anni 1943-1945 e ha osservato che se \u00e8 tangibilmente vero che le sentenze vanno diminuendo negli anni 1944-1945 (1943 sette volumi, 1944 tre volumi, 1945 tre volumi), i reati maggiormente commessi e puniti in questi anni sono l\u2019infrazione annonaria (37,18%) e il furto\/furto aggravato (35,80%). Alla lettura delle sentenze risulta che in molti casi questi reati traggono origine dalle difficili condizioni di vita vissuta dalla popolazione. Il razionamento alimentare non era sufficiente a sfamare la popolazione che spesso lo violava facendo ricorso al mercato nero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Possiamo ipotizzare che proprio per un reato del genere possa essere stata condannata la compagna di cella di Betty Ambiveri e lasciarci anche andare alla fantasia pensando che possa essere quella Tieni ricordata da Adriana Locatelli come compagna di carcere insieme a tante altre donne tra cui anche la Ambiveri. Potremmo immaginare cos\u00ec che una domestica diventata ladra in casa del suo datore di lavoro si incontri con una condannata a morte per il suo impegno nella Resistenza. E potremmo anche sorridere al pensiero che il datore di lavoro era quel Sereno Locatelli Milesi pi\u00f9 volte evocato nella nostra rubrica come rappresentante dell\u2019antifascismo bergamasco e chiederci se la Tieni fosse diventata ladra per necessit\u00e0 o per cupidigia. Sappiamo per\u00f2 che stiamo qui cadendo in uno sterile gioco di fantasia, che abbiamo spinto fino in fondo solo perch\u00e9 ci aiuta a osservare che \u00e8 difficilissimo recuperare i nomi delle detenute comuni nelle testimonianze pervenute fino a noi, a firma di detenute politiche. Questa Tieni \u00e8 un\u2019eccezione che per altro \u00e8 ancora tutta da vagliare con pi\u00f9 attenzione, come ci suggerisce lo stesso Marcassoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 piuttosto certo invece, perch\u00e9 ripetuto in tutte le biografie dell\u2019Ambiveri, che la detenuta per reati comuni sua compagna avesse un figlio piccolo di nome Paolo. Anche la Curti ne parla, ricordando le storie fantastiche che, per calmarlo, lei e l\u2019Ambiveri gli raccontavano prima di mettersi a chiacchierare degli amici e del futuro, a recitare un rosario o a cucire un vestitino. Paolo ha seguito la madre in carcere, ma ha diritto ad uscire per andare all\u2019asilo e, ancora una volta grazie alla complicit\u00e0 delle suore Poverelle, attraverso Paolo escono anche lettere clandestine. I racconti dei testimoni si fanno troppo confusi per permetterci di capire se attraverso Paolo uscirono le lettere solo di Betty o anche di altre prigioniere; certo \u00e8 che in una di queste lettere clandestine Betty ricorda come tutte le prigioniere scrivevano, sedute sulle loro brande, con il foglio sulle ginocchia o su piani di fortuna e ci sembra importante cogliere nel loro scrivere un bisogno di intrattenere i legami con il mondo fuori dal carcere, di lasciare traccia di s\u00e9 oltre il muro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 forse per rispondere a questo bisogno che 12 donne, in una data imprecisata compresa fra il Natale 1943 e il febbraio 1944, scrivono il proprio nome su quel foglietto con cui avevamo chiuso la puntata scorsa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il prezioso documento si trova oggi nell\u2019archivio dell\u2019Ambiveri: forse \u00e8 stato portato fuori dal carcere clandestinamente da Paolo, \u00e8 certo che ha oggi l\u2019aurea dei memoriali che si levano dal mezzo delle ceneri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le 12 donne che affidano a Betty un ultimo pensiero sono in carcere perch\u00e9 dichiarate per legge \u201cdi razza ebraica\u201d e possiamo ipotizzare che i loro nomi si stringano nell\u2019angoscia di un momento che \u00e8, molto probabilmente, la vigilia di una partenza, forse quella di \u201cmassa\u201d del 24 febbraio 1944 verso il campo di Fossoli. Di certo invece sappiamo che quelle 12 donne una volta trasferite al campo di transito di Fossoli partirono per l\u2019universo concentrazionario (11 il 5 aprile, 1 il 2 agosto) e nove di loro non fecero ritorno, assassinate a Auschwitz: solo Leopoldina Kosicek, Laura Levi e Anna Maria Gottlielb sopravviveranno (la prima a Bergen Belsen, le altre a Auschwitz), uniche tra i 45 ebrei arrestati a Bergamo e provincia per essere deportati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Grazie alle ricerche di Cavati, possiamo affermare che la quasi totalit\u00e0 degli \u201cebrei\u201d catturati a Bergamo e in provincia passa per Sant\u2019Agata prima di essere trasferita a Fossoli.\u00a0 Addirittura alcuni detenuti ci passano due volte: presi e rilasciati nel dicembre, sono ripresi nel febbraio quando il campo di Fossoli \u00e8 pronto per accoglierli. \u00c8 questo il caso di almeno due delle nostre dodici donne, Anna Maria Gottlieb e Leopoldina Kosicek, e forse anche di Ilda Sonino. \u00c8 certo in ogni caso che il carcere di Sant\u2019Agata funge per Bergamo da campo provinciale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non abbiamo testimonianze sulla permanenza a Sant\u2019Agata rilasciate da donne o uomini condannati perch\u00e9 \u201cdi razza ebraica\u201d. Pare per\u00f2 possibile supporre che nel carcere non ci fosse un\u2019ala specificatamente destinata agli \u201cebrei\u201d e che gli uomini venissero quindi divisi dalle donne. Anche il nostro foglietto testimonia la convivenza di detenute \u201cebree\u201d con quelle di altre categorie, come \u00e8 del resto attestato anche da tanti altri racconti di ex detenute.\u00a0 E se per il momento non abbiamo trovato testimonianze di prigionieri politici che ricordano di avere condiviso la cella con detenuti \u201cebrei\u201d, non sappiamo se questo possa essere traccia di una diversa sensibilit\u00e0 tra testimoni o di una diversa topologia del reparto maschile e delle sue celle. C\u2019\u00e8 infatti un solo, rapido e vago accenno nelle memorie di Giacinto Gambirasio, che attesta dell\u2019ingresso di \u201cuna quindicina di ebrei ammonticchiati\u201d in un\u2019unica cella all\u2019inizio di dicembre: ricordo questo ancora tutto da analizzare pi\u00f9 nei dettagli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 interessante allora notare che la testimonianza del passaggio in carcere delle donne dichiarate per legge \u201cdi razza ebraica\u201d, ma anche degli uomini, o si scrive in assenza, nel silenzio che cade sulle loro vite, o diventa parola in conto di terzi e riemerge nelle parole di compagne e compagni di detenzione. Per esempio, attraverso le parole di Lydia Curti ritroviamo nel carcere Nora e Clara Levi e nella loro scia agitano il silenzio le ombre della loro sorella Laura, delle loro zie e della loro mamma. E questo silenzio si carica anche dei legami familiari vissuti dentro il carcere, ma anche di quelli spezzati dalla divisione tra uomini e donne: se riprendiamo il nostro foglietto possiamo rilevare il caso di Leopoldina Kosicek o Ilda Cantoni in carcere con i rispettivi mariti e interrogarci se l\u2019undicenne Vittorio Levi sia stato strappato dalla mamma Regina Hazan perch\u00e9 considerato ormai un uomo o lasciatole accanto magari in trasgressione di qualche regolamento. E non basta: sulla vita di questa categoria di detenuti pesa anche il silenzio delle comunicazioni con l\u2019esterno del carcere, necessario per non mettere in pericolo i propri cari. Ripensiamo solo a Ilda Sonnino in carcere con la madre e il cui padre era momentaneamente scampato all\u2019arresto perch\u00e9 ultra-settantenne; a Regina Hazan con i suoi due figli portata via da casa quando per caso il marito non c\u2019era; o ancora a Rachele Lea Stern che ha visto morire il marito a Treviglio, lontano dalle sue figlie. Se non abbiamo sbagliato, nessuna di queste donne tenta di dare notizie di s\u00e9 a casa: la condizione di nemici che pesa sui cittadini dichiarati per legge di \u201crazza ebraica\u201d lo rende impossibile, sarebbe un tradimento per i propri cari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel vuoto della assenza delle parole di queste donne e di questi uomini, le firme di quelle dodici donne restano monito a non dimenticare che anche Bergamo non solo fu razzista per legge, ma collabor\u00f2 attivamente alla Shoah. \u00c8 alla questura di Bergamo che il carcere infatti consegna detenuti e detenute \u201cebree\u201d per \u201cil loro trasferimento in campo di concentramento\u201d.<\/p>\n<p><div class=\"videoContainer\"><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.facebook.com\/plugins\/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fisrecbg%2Fvideos%2F674273743395938%2F&#038;show_text=0&#038;width=560\" width=\"560\" height=\"315\" style=\"border:none;overflow:hidden\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\" allowTransparency=\"true\" allowFullScreen=\"true\"><\/iframe><\/div><\/p>\n<h3>Il reparto maschile e il Tribunale Speciale<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ritorniamo ora nel reparto maschile. Nella primavera 1944 il carcere \u00e8 \u201cstrapieno\u201d tanto che i nuovi prigionieri vengono messi nelle cantine: cos\u00ec capita a Nino Belometti che entra a Sant\u2019Agata insieme a 8 giovani del suo paese, Cividate al Piano, e a 4 di Ghisalba, tutti provenienti dal carcere di Treviglio. Belometti e i suoi 8 compagni erano stati arrestati perch\u00e9 il 2 aprile avevano disegnato sui muri la falce e il martello, scritto \u201cmorte al duce\u201d, \u201cmorte a Hitler\u201d e, girando per il paese, cantato \u201cbandiera rossa\u201d. Il podest\u00e0 del paese sarebbe propenso a archiviare il caso, ma rinchiusi con loro si trovavano 4 ragazzi di Ghisalba che avevano malmenato un fascista. \u00c8 cos\u00ec che da Bergamo si decide il trasferimento di tutti al carcere di Sant\u2019Agata e il loro deferimento al Tribunale Speciale. I ragazzi passano un mese in cantina e poi sono fatti salire nelle celle grandi, quelle dagli alti soffitti che danno su via del Vagine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I ragazzi stanno tutti insieme, in quelle celle grandi dove erano rinchiusi anche 25 detenuti, ricorder\u00e0 Belometti. Hanno la possibilit\u00e0 di ricevere visite e cibo dai propri cari e lo condividono anche con altri compagni di cella che vengono da lontano, anche da molto lontano (Belometti ricorder\u00e0 compagni di Genova). Insieme i ragazzi cantano, leggono e arrivano persino a fare teatro in cella: \u201csi rideva e si piangeva nello stesso tempo e avevamo i crampi allo stomaco dalla fame\u201d.\u00a0 Intanto che il Tribunale speciale decide la loro sorte, i giovani sono utilizzati come forza lavoro e dopo il bombardamento alleato di Dalmine ogni mattina sono prelevati e portati \u201cin diversi luoghi per cercare le bombe inesplose\u201d. Il processo al Tribunale speciale si svolge per i giovani in contumacia: il Tribunale \u00e8 a Parma e la citt\u00e0 troppo lontana in tempo di guerra.\u00a0 La sentenza arriva alla fine del mese di luglio: un anno di carcere con la possibilit\u00e0 di essere liberati in cambio di un\u2019aperta collaborazione con i fascisti. La loro condanna \u00e8 lieve, ma la loro reazione ferma: \u201ccon i fascisti non avremmo mai collaborato\u201d, ricorda Belometti. I ragazzi sono convinti delle loro idee che si sono radicate anche di pi\u00f9 nell\u2019incontro con Dante Paci e Mario Aldeni, diventati compagni di cella e maestri di improvvisate lezioni di marxismo. Belometti e i suoi compagni non finiranno il loro anno di carcere: liberati per amnistia in occasione dell\u2019anniversario della marcia su Roma, appena usciti dal carcere, sono fermati da un agente, portati in questura e consegnati ai fascisti. Strappati cos\u00ec un\u2019altra volta ai loro genitori che li erano venuti a prendere, sono rinchiusi nella caserma Seriate e l\u00ec separati per raggiungere chi la Germania, chi Bolzano, chi Dobbiaco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 chi avr\u00e0 colto il nome di Dante Paci, anche per averlo sentito nella puntata dedicata allo Sport: Aldo Battaggion si trova infatti compagno di cella di Dante Paci e \u00a0Mario Aldeni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci piace ricordare il sorriso di Dante Paci: \u201cdi statura piccola, moro e con due occhi lucenti, vivaci, che esprimevano la sua volont\u00e0 e la sua decisione\u201d, come ricorda la relazione anonima del Fondo Petrolini. Paci era militante del partito comunista di Bergamo dall\u2019ottobre 1942: aviere presso la Caproni, fu costretto alla latitanza proprio per la sua attivit\u00e0 politica. All\u20198 settembre 1943 fu uno dei primi ad organizzare una banda partigiana nella zona di Lecco, che dovette abbandonare per portarsi con i suoi uomini a Zambla nel Roccolo di Gasparotto. Si ricorder\u00e0 che Dante fu catturato e portato in Federazione il 16 gennaio 1944 insieme ai ragazzi della sua banda e a Battaggion, dopo lo scontro a fuoco, in cui fu ucciso Valdo Eleuterio e dato alle fiamme il roccolo Gasparotto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Aiutati dal diario di Aldo Battaggion possiamo ancora una volta, come nel caso di Belometti e dei suoi compagni, immaginare la vita dentro il carcere di 13 giovani uomini, rinchiusi tutti insieme dal 15 aprile al 20 maggio 1944, in una delle grandi celle ariose, pronti a condividere e a vivere fino in fondo la loro vita l\u00ec.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il 20 maggio, gli 11 giovani componenti la banda sono rilasciati con &#8220;l\u2019obbligo della partenza militare&#8221; (secondo quanto scrive Battagion nel suo diario), mentre Battaggion e Paci, considerati i comandanti, sono trattenuti. Per due giorni i due giovani restano insieme nella grande cella, ma la cella diventa a pagamento e Dante non pu\u00f2 permettersela. \u00c8 allora forse che si sposta nella cella con Belometti e i suoi compagni e qui trova l\u2019Aldeni. \u00c8 allora che Dante condivide la sua preparazione politica con i suoi compagni di cella, come gi\u00e0 aveva fatto in montagna con i suoi uomini: \u201cE fu lui che ci port\u00f2 ai primi discorsi di vero antifascismo, con una certa base politica, perch\u00e9 poi ci disse che lui era comunista, noi non sapevamo neanche cosa fosse il comunismo\u2026( intervista a Malenza)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 solo la sera del 20 luglio che Dante ritrova Aldo, sfigurato dalle \u201cbotte eterne\u201d prese in Federazione. Insieme a Mario, i due sono rinchiusi in una cella di cui non sappiamo il numero, ma sappiamo che era piantonata all\u2019esterno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Due osservazioni allora:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima: nel luglio 1944 nei giorni seguenti l\u2019assassinio di Favattini sono portati in Federazione e quindi a Sant\u2019Agata molti presunti antifascisti. Tra questi anche il medico Spartaco Minelli che, nelle sue memorie, condenser\u00e0 quel giorno in una viva descrizione del carcere, dove nel corridoio semibuio della direzione si sente salutare persino dall\u2019ingegner Carlo Pesenti e viene a sapere che a Sant\u2019Agata \u201cnella giornata saremo entrati in circa ottanta\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda: sappiamo che Dante come Aldo, ritenuti responsabili della banda catturata a Zambla, sono interrogati da fascisti e nazisti; catturati in combattimento, non ci risulta al momento che su di loro si sia aperto un vero e proprio fascicolo presso il Tribunale militare tedesco. Mentre Aldo sar\u00e0 inviato in campo di concentramento, Dante \u00e8 fucilato con Mario Aldeni e Silvio Belotti, all\u2019alba del 21 luglio. La GNR costruir\u00e0 la farsa di un Tribunale militare straordinario a coprire la vergogna di avere mandato a morte tre giovani uomini in rappresaglia di un assassinio che si scoprir\u00e0 in verit\u00e0 compiuto non da partigiani, ma da un marito geloso dell\u2019amante della moglie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono le 4,30 del mattino, quando i fascisti prelevano dal carcere Paci e Aldeni per portarli al cimitero dove saranno fucilati con il Belotti arrestato la sera prima. Tutti i testimoni descrivono il silenzio che cala nei corridoi e nelle celle, il rumore di scarpe ferrate che rimbombano e quello di catenacci che si aprono e si chiudono.<\/p>\n<h3>Ostaggi<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">E chiudiamo senza chiudere questa puntata, mantenendo una promessa e ricordando uno di quei gesti fermi e inderogabili che oppone la forza del quotidiano alla violenza, arrivando persino a spiazzarne l\u2019arroganza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Era abitudine per i nazifascisti, nel caso non trovassero gli uomini e le donne che cercavano, arrestare i loro familiari: lo avevano dimostrato immediatamente anche in bergamasca, in uno dei momenti pi\u00f9 dolorosi dei primi mesi della Resistenza. Nei giorni delle retate alla ricerca degli autori di quel primo vero e proprio colpo dei \u201cbanditen\u201d in bergamasca che \u00e8 l\u2019assalto all\u2019Ilva di Lovere del 28 novembre 1943. L\u2019ultimo uomo che si aggiunge ai dodici gi\u00e0 rinchiusi o a Sant\u2019Agata o al Baroni \u00e8 Vittorio Lorenzini che si consegna il 19 dicembre proprio per liberare la sorella presa come ostaggio e che sar\u00e0 fucilato insieme ai compagni il 22 dicembre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche se in maniera meno tragica, il fermo degli ostaggi continua per tutti i 20 mesi: ricordiamo per esempio quando Franco Mai e Aldo Battaggion sono in carcere e i loro compagni di lotta catturano due soldati tedeschi e chiedono uno scambio di prigionieri. Invece di liberare Mai e Battaggion, le autorit\u00e0 tedesche rispondono incarcerando a Sant\u2019Agata le loro famiglie e dando un diktat di 24 ore per liberare i due tedeschi. Cesare Bonino ricorda nei dettagli l\u2019episodio e racconta dell\u2019incontro, proprio a Sant\u2019Agata, con Fritz Langer.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Veniamo per\u00f2 alla nostra promessa. Vi ricordate il nome di Maria Taino, la mamma di Mimma e Bruno Quarti?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei primi mesi di occupazione Maria ha il coraggio e l\u2019intelligenza di fare requisire la loro casa dai tedeschi cos\u00ec da renderla base sicura per la Resistenza. Proprio Mimma ricorda come sua madre \u201caveva avuto l\u2019intelligenza di capire che se ci proteggevano i tedeschi, i fascisti ci avrebbero lasciati in pace.\u00a0 [\u2026] I mei erano ridotti in una stanza pi\u00f9 cucina e c\u2019erano gli ufficiali tedeschi che occupavano le altre stanze\u201d Villa Quarti in via Santa Lucia diventa in fretta una basa sicura perch\u00e9 Maria ha il coraggio di presentare ai tedeschi come suoi nipoti partigiani e partigiane di modo da suscitare l\u2019ammirazione tedesca per la \u201cbella e grande famiglia\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I fascisti finiscono per\u00f2 per scoprire l\u2019impegno della Resistenza di Bruno e Mimma e per ben due volte arrestano i lori genitori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima volta i genitori Quarti sono convocati per un interrogatorio al Baroni. Quando i fascisti si presentano \u00e8 quasi l\u2019alba: il marito \u00e8 prelevato subito, ma Maria osserva: \u201cHo da dare da mangiare alla mia vecchi madre; e poi al cane. Verr\u00f2 pi\u00f9 tardi\u201d e cos\u00ec effettivamente accade, anche perch\u00e9, noter\u00e0 sua figlia, \u00e8 sostenuta dai tedeschi. Alle 8 Maria con la domestica prende il tram per avviarsi verso il carcere e la domestica ricorda come sul tram Maria faccia sapere con voce ferma e alta di stare andando in carcere aggiungendo \u201cperch\u00e9 adesso la gente onesta va in prigione e quelli che non lo sono no\u2026\u201d.\u00a0 Il ricordo del secondo arresto fa ridere ancora trent\u2019anni dopo la figlia Mimma. Questa volta Maria all\u2019arroganza fascista oppone la vita del suo cane: se vogliono portarla via dovr\u00e0 essere portata via con il suo cane che altrimenti sarebbe morto. \u00c8 cos\u00ec che il cane della famiglia Quarti entra a Sant\u2019Agata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se pu\u00f2 far sorridere il pensiero che anche un cane nel periodo 43-45 finisce nel carcere di Sant\u2019Agata, l\u2019episodio a noi serve alla fine di questa puntata per ricordare i mille colori dell\u2019esperienza che le donne e gli uomini della Resistenza hanno saputo opporre al nero del nazifascismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">A cura di <strong>Elisabetta Ruffini<\/strong>, <strong>Chiara Molinero<\/strong>, <strong>Lia Martini<\/strong><br \/>\nIn collaborazione con <strong>Silvano Marcassoli<\/strong> e <strong>Angelo Bendotti<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[continua dalla prima puntata] Nel reparto femminile: intreccio di storie (seconda parte) Ci eravamo lasciati la scorsa settimana nel reparto femminile del carcere di Sant\u2019Agata, evocando una detenuta per reati comuni e un foglietto intorno a cui si stringevano 13 donne e da qui ripartiamo per continuare a dipanare l\u2019intreccio di storie che popolano il [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":5,"featured_media":8700,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[1],"tags":[483,481,37,490],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8698"}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/5"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=8698"}],"version-history":[{"count":2,"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8698\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":8708,"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8698\/revisions\/8708"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/8700"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=8698"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=8698"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.isrecbg.it\/web\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=8698"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}