Renzi, l’Europa e il memoriale italiano di Auschwitz

Memoriale italiano AuschwitzInaugurando il semestre italiano in Europa, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha chiuso il suo discorso con una sfida lanciata alla generazione di quelli che non avevano ancora “diciott’anni quando c’è stato Maastricht”: l’Europa -ha ricordato- non è solo una questione economica, ma “il dovere della nostra generazione di riscoprirsi eredi, di avere il diritto di dirsi eredi” per “assicurare un domani alla tradizione” dei padri fondatori. È un dovere verso i figli, ma anche verso “coloro che sono morti perché l’Europa fosse non soltanto un’espressione geografica, ma un’espressione dell’anima”.
Nella scia di queste parole e condividendo con forza l’idea che “l’Europa debba trovare una sua identità” non solo economica, ma anche culturale per “meritare l’eredità dei padri dell’Europa”, viene spontaneo dall’Isrec di Bergamo sollevare una timida, ma martellante, domanda: “E il memoriale italiano di Auschwitz?”
Si badi non è gusto per la polemica, ma convinzione che è nella cura delle faccende quotidiane che si verificano i discorsi, nel coraggio delle scelte culturali che suscitano il dibattito che si costruiscono le identità.
La questione del destino del memoriale italiano del blocco 21 di Auschwitz è una partita aperta ormai dal 2008, ma la cosa più importante è che la risoluzione della vicenda è questione di decidere come ci posizioniamo, come si posiziona l’Italia immaginata da Renzi e dal suo Governo di fronte all’eredità dei padri dell’Europa, di alcune delle voci che nel Novecento contribuirono dall’Italia a far sì che l’Europa fosse appunto un’espressione dell’anima.
Per noi all’Isrec gli ex-deportati Primo Levi e Lodovico Belgiojoso che, per l’Aned e insieme a Pupino Samonà, Nelo Risi e Luigi Nono, realizzarono il memoriale sono padri di fronte a cui dobbiamo conquistarci il diritto di dirci eredi; Gramsci e don Sturzo e l’Italia che rischiò se stessa per liberare la patria dall’aggettivo fascista sono la tradizione a cui assicurare un domani.
Varrà allora la pena non dimenticare che tale considerazione è condivisa da diverse parti in Italia. Per il Comitato tecnico-scientifico per il patrimonio storico artistico e antropologico e per quello per l’architettura e l’arte contemporanea, per la Prof.ssa Marisa Dalai e il Prof. e Arch. Paolo Portoghesi, che ne erano i presidenti nella seduta del 15 febbraio 2012, bisogna “trovare una soluzione condivisa che eviti la rimozione del padiglione che ne distruggerebbe l’essenza e che non ne alteri la valenza storico artistica e architettonica, pur dotandolo di nuovi apparati narrativi e didascalici da realizzare a cura di autorevoli e riconosciute personalità in posso dei requisiti indiscutibili e necessari per la rappresentazione puntuale della deportazione politica e razziale”. Per il Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, il memoriale “è un “unicum’” e per questo “la sua conservazione e valorizzazione all’interno del blocco 21 del Campo [è da considerare] irrinunciabile come il diritto di ciascun paese a dare espressione alla propria memoria” e da segnalare che “una sua eventuale delocalizzazione comporterebbe l’automatica distruzione fisica e morale dell’opera e del suo significato culturale e civile” (23 marzo 2012).
L’Accademia di Belle Arti di Brera, impegnata con Isrec e sindacati fn dall’inzio nella difesa del memoriale, ha fatto notare che esso è parte integrante di Auschwitz quale Sito UNESCO e per questo ha presentato un’istanza alla Commissione Internazionale UNESCO al fine di sollecitare un suo diretto intervento (gennaio 2014).
Non si tratta certo qui di esseri esaustivi perché la lista degli italiani che hanno deciso di farsi eredi di quest’opera potrebbe continuare e dispiace dimenticare anche una sola voce che ha deciso di prendere la parola. Certo è invece che non sappiamo ancora quale sia la posizione del Governo italiano che ha il potere e il dovere di decidere del destino del memoriale, essendo il responsabile del blocco 21 di fronte alla Direzione del Museo di Auschwitz, che ne ha deciso la chiusura e decretato lo sfratto dell’opera considerandola “opera d’arte priva di qualsivoglia valore didattico pedagogico”.
Cosa significa farsi eredi di Primo Levi, o di Lodovico Belgiojoso, o dei tanti che al nazifascismo si opposero o ne furono vittime per l’Italia immaginata da Renzi? Sfrattare l’Aned e il suo memoriale rispondendo alle richieste del Museo di Auschwitz e adeguando la nostra presenza agli standard memoriali contemporanei? e allora quale forma e chi curerà l’installazione futura e dove finirà il memoriale? oppure raccogliere la sfida di trovare la mediazione con la Polonia in grado di conservare in Auschwitz il patrimonio che ci è stato lasciato dai padri senza magari rinunciare a integrare la nostra voce, la voce dell’Italia oggi e della sua sensibilità storica e civile?
All’Isrec continuiamo a credere che la politica, come ha detto Matteo Renzi all’Europa, ha una sua dignità e per questo crediamo in una cittadinanza attiva, nel dialogo tra politica e cittadini e nel ruolo della cultura nella costruzione della sensibilità di un paese.
Alleghiamo alcuni documenti perché possano aiutare a fissare alcuni punti della questione e creare una consapevolezza diffusa della vicenda: Auschwitz oggi è ormai un centro troppo nevralgico della memoria europea perché la presenza italiana e la sua forma possa essere decisa nell’inconsapevolezza generale.

Elisabetta Ruffini
Direttore Isrec Bergamo

Leggi il Dossier sintetico sul Memoriale in onore degli italiani caduti nei campi di sterminio nazisti

Leggi la pagina del nostro sito dedicata al progetto “Blocco 21”

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