29 settembre – alcune osservazioni
Cari soci e amici dell’Isrec,
molti di voi avranno appreso da L’Eco di Bergamo di ieri, o apprenderanno da altre fonti, che Angelo Bendotti, come autore e Presidente dell’Isrec, è stato rinviato a giudizio perché querelato dai familiari del partigiano Mario Ravaglia a proposito di alcuni passaggi del libro “I Giorni Alti”.
Convinta che la storia non si scriva nelle aule dei tribunali, mi permetto tuttavia di intervenire come direttrice dell’Isrec per condividere con voi alcune osservazioni. Ritengo infatti importante che ognuno di voi possa avere gli elementi per costruirsi una propria consapevolezza della vicenda processuale in cui è coinvolto il nostro presidente.
1. Il processo.
La querela della figlia Ravaglia è stata avanzata ormai quasi due anni fa e lunedì 29 settembre, dopo due richieste di archiviazione e una di proscioglimento, il giudice dell’udienza preliminare, Alberto Viti, ha rinviato a giudizio Bendotti. La prima udienza del processo è fissata per il settembre 2015.
2. La frase controversaLa frase accusata di ledere la memoria di Ravaglia si trova a p. 147 di “I Giorni Alti”. In questa “Nota di commento” Bendotti si interroga sui nomi citati da L. Galli (“L’Eccidio di Rovetta) quali partecipanti alla riunione del Caffé Commercio e, constatando come Galli citi i nomi fatti durante il processo per la fucilazione di Rovetta, osserva che “due sono sicuramente deformati. L’autore [Galli] li pubblica senza commento, dando per scontata la precisione dei giudici: Tartaglia e Max. Di Max diremo nella Nota di commento successiva a questa, di Tartaglia, che viene definito “un comunista di Treviglio”, ci sentiamo abbastanza tranquilli nell’avanzare l’ipotesi che si tratti di Mario Ravaglia[…]”.
A questo proposito, mi sembra necessario sottolineare: a. Bendotti da storico sta avanzando un’ipotesi; b. in quest’ipotesi il testo rinvia alla Relazione del Maresciallo Guerrini, relazione chiave nella costruzione del processo per la fucilazione di Rovetta e in cui Tartaglia è definito “un comunista”; c. Bendotti nei “Giorni Alti”, e prima ancora negli “Ultimi fuochi” (p. 72-73), ha sempre sostenuto che la riunione del Caffé Commercio non ha alcun legame con la decisione della fucilazione dei 43 militi fascisti; d. il Tribunale di Brescia nel 1952, dopo un lungo iter giudiziario, stabilì che la fucilazione fu un “atto di guerra”.
Attendiamo la prima udienza e a ciascuno di decidere nel frattempo se rompere o stringere in modo ancora più forte il legame con il nostro istituto.
Elisabetta Ruffini, direttrice dell’Isrec

Alcune domande
Sul “L’Eco di Bergamo” di mercoledì 1 ottobre è uscita la notizia del rinvio a giudizio per diffamazione di Angelo Bendotti presidente dell’Isrec Bg, dove da tempo mi ritengo onorata di lavorare. La vicenda, iniziata ormai due anni fa, passata attraverso le procedure giudiziarie previste prima dell’avvio di un vero e proprio processo, è stata fino ad ora sempre vissuta all’interno dell’Istituto; sul piano pubblico nessuno di noi ha preso una qualche posizione o ha espresso ciò che pensava. Sul piano privato, al contrario, molte sono state le valutazioni, i ragionamenti e soprattutto l’espressione di sentimenti di vicinanza e di solidarietà ad Angelo ma è un’altra storia, riguarda noi e non intendo qui darne conto. Le considerazioni di Elisabetta Ruffini direttrice dell’Isrec rompono il silenzio sul piano pubblico e credo sollecitino tutti ad un contributo di pensiero, riflessione o altro, ciascuno nelle forme che riterrà più opportune.
Personalmente questa vicenda mi suscita soprattutto domande e sono questi interrogativi che voglio condividere.
Il testo:
Fra i vari nomi citati dal lavoro di L. Galli, L’eccidio di Rovetta, come partecipanti alla riunione del Caffè Commercio – dove si sarebbe decisa, secondo alcuni, la sorte dei repubblichini di Rovetta – due sono sicuramente deformati. L’autore li pubblica senza alcuna nota, dando per scontata la precisione dei giudici: Tartaglia e Max. Di Max diremo nella Nota di Commento successiva a questa, di Tartaglia, che viene definito “un comunista di Treviglio”, ci sentiamo abbastanza tranquilli nell’avanzare l’ipotesi che si tratti di Mario Ravaglia, nato il 14 dicembre 1921 proprio a Treviglio, partigiano della brigata Camozzi con il nome di battaglia di Giorgio, caposquadra addetto in particolare agli approvvigionamenti. Ravaglia aveva prestato servizio militare in aeronautica, a Salerno, per 23 mesi, e qui con ogni probabilità conosciuto alcuni militanti del Patito comunista.
24. Errori dell’inchiesta, in Angelo Bendotti, I giorni alti. Bepi Lanfranchi e i suoi compagni, pp. 147-148
“ipotesi”: supposizione, ragionamento congetturale avanzato in mancanza di dati certi, per spiegare ciò di cui si ha una limitata conoscenza (Definizione da Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana).
Se la lingua non è un’opinione, lo storico avanza un’ipotesi all’interno di un lavoro di ricerca storica e le ipotesi, le interpretazioni anche diverse e addirittura opposte di fatti, eventi o situazioni, negli esiti della ricerca storica sono all’ordine del giorno ma vengono discusse, spesso aspramente, fuori dai tribunali. Altro discorso sono le false affermazioni che possono recare danno a singoli o a gruppi appositamente costruite per scopi che non hanno nulla a che fare con la ricerca storica.
Ma allora sottoponendo a giudizio un’ipotesi storica non si finisce per mettere in discussione la libertà della ricerca e di espressione dello storico che la fa? E non è questo un aspetto su cui riflettere e di cui preoccuparsi come cittadini?
La diffamazione e la logica:
Nella logica dell’invio a processo dell’ipotesi avanzata da Angelo Bendotti mi sembra che ci siano due elementi di fondo: che un’ipotesi ha lo stesso valore di un’affermazione e che il contenuto dell’ipotesi potrebbe essere diffamatorio, dando così credito alle convinzioni dei familiari, al giudice del tribunale stabilire se lo è. Nell’ipotesi di Bendotti sull’identità di Tartaglia la diffamazione starebbe nell’associare il nome di Ravaglia alla riunione del Caffè Commercio – dove si sarebbe decisa, secondo alcuni, la sorte dei repubblichini di Rovetta – e nel definirlo un comunista. Ma come spiegato da Angelo Bendotti nell’articolo di “L’Eco” del 1 ottobre e come di nuovo ribadito da Elisabetta Ruffini nelle sua considerazioni, tra gli alcuni che pensano che in quella riunione si sia decisa la sorte dei repubblichini Angelo Bendotti non c’è. Secondo logica dunque se Bendotti non sostiene che in quella riunione si sia decisa la fucilazione dei militi, ipotizzare che Ravaglia vi abbia partecipato non lo mette in alcuna relazione con la vicenda di Rovetta. Inoltre in nessun altro punto de “I giorni alti” né ne “Gli ultimi fuochi” – lavoro tutto focalizzato su Rovetta – mai Mario Ravaglia risulta in qualche modo implicato nella vicenda. Ne “Gli ultimi fuochi” Ravaglia viene citato solo una volta in una nota a p. 13 nel capitolo dedicato alla Brigata “Gabriele Camozzi” e nulla più. Ma allora dov’è il legame tra Ravaglia e Rovetta oggetto della diffamazione?
Riguardo al “comunista di Treviglio” – per altro definizione non di Bendotti sono sinceramente colpita che la famiglia ritenga diffamatorio stabilire un legame tra gli ambienti comunisti e il proprio congiunto. Essere definiti impropriamente comunisti, è dunque come essere definiti impropriamente ladri, bugiardi o assassini di bambini magari?
Da ultimo mi chiedo anche: perché questa vicenda non suscita commenti e reazioni? Perché si lascia fare alla magistratura? Perché è imbarazzante? Perché non si ha nulla da dire? Perché è una vicenda che – pilatescamente – si considera tutta privata?
Non è solo questione di esprimere o no solidarietà ad Angelo Bendotti che è e resta il Presidente dell’Istituto e che come storico e persona non ha bisogno di attestati, ma fermarsi un momento a ragionare su quanta distanza pericolosamente ci separa, nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti, dalla “moralità della Resistenza” di cui tutti ci diciamo a parole eredi. Anche all’Associazione nazionale partigiani di cui Mario Ravaglia è stato membro attivo in cui ancora oggi militano i suoi familiari chiedo una riflessione e qualche parola.
L’intera vicenda se non fosse terribilmente seria parrebbe un vero teatrino dell’assurdo.
Luciana Bramati (vice Presidente Isrec)
Cari Elisabetta ed Angelo,
ho appreso con molto rammarico ed amarezza del rinvio a giudizio per la querela da parte dei famigliari di Mario Ravaglia nei confronti di Angelo per un passaggio ne I giorni alti.
Non posso che esprimervi tutta la mia solidarietà e il mio appoggio.
La denuncia mi era subito apparsa completamente infondata; è stata semplicemente espressa un’ipotesi, per altro più che fondata e logica, sulla presenaza di un partigiano alla riunione che precedette la fucilazione dei militi di Rovetta.
Non penso proprio che la formulazione di un’ipotesi da parte di uno storico, basata sull’analisi delle testimoninanze e della documentazione coeva, sia un reato. Non mi pare, inoltre, che la semplice partecipazione ad una riunione sia un fatto in sé stesso diffamante.
Il lavoro che avete condotto insieme ne Gli ultimi fuochi aveva già precedentemente fatto chiarezza sulla vicenda di Rovetta, sulla riunione al Caffè Commercio, sulle responsabilità del Moicano e sull’esito del processo svoltosi a Brescia nel 1952. Sconcerto quindi per la decisione del giudice di rinviare a giudizio, nonostante il p.m. avesse per ben due volte richiesto l’archiviazione. Ma anche rabbia e preoccupazione perché ritengo che tutta questa vicenda rappresenti un grave attacco non solo ad Angelo, nella sua veste di serio studioso, ma anche a tutto l’Istiutito, al suo lavoro e all’impegno di tanti volontari e ricercatori che da quasi cinquant’anni, pur fra mille difficoltà, “raccolgono, conservano e valorizzano la documentazione sull’antifascismo e sulla Resistenza”, così come è scritto nel nostro statuto: chi ha presentato la denuncia (e continua a perorarne la causa) non può non tenere conto di tutto ciò e non può non capire che in realtà sta solo facendo il gioco di chi vorrebbe cancellare la memoria della Resistenza e dei suoi valori.
Rinnovo a voi e a tutti i collaboratori dell’Isrec la mia più profonda stima
Simona Cantoni (membro del direttivo dell’Isrec)

Un vecchio adagio recita “Il male è negli occhi di chi guarda”. Mi è venuto subito in mente quando ho letto i passi incriminati che hanno poi portato alla definizione di un processo a carico di Angelo Bendotti.
Si perché il primo istinto, appena saputo dell’accusa, è stato quello di rileggere il punto in cui il libro che mi era sempre apparso come un saggio di storia è divenuto foriero di denuncie: risultato, non ho trovato niente di più che delle affermazioni e delle ipotesi, nate da una riflessione razionale e correttamente corredate dai riferimenti bibliografici. Insomma, niente di anomalo, piuttosto il lavoro riflette una certa accuratezza e precisione, tanto che vengono spiegati nel dettaglio, parola per parola, i motivi per cui Bendotti ritiene che il “comunista di Treviglio” possa essere identificato con Ravaglia; peraltro precisa come la definizione di “comunista” tragga origine a partire da un’associazione del Ravaglia con altre persone, ben lungi quindi da definirlo membro del partito comunista o tesserato o simpatizzante. Considerando che oggi, a distanza di venticinque anni dalla scomparsa del PCI ancora c’è chi accusa di essere “comunista” i propri avversari politici e non solo, possiamo per similitudine prospettare un futuro fatto di fiumi di denunce per diffamazione…
Ma già siamo nel campo dell’irrazionale, dell’irragionevole, del paradossale. Che la ricerca storica e soprattutto la libertà di parola, finiscano per diventare sudditi della paura della denuncia e del processo, subiscano un attacco che dietro la volontà di ripristinare l’onorabilità di un singolo, mettono e metteranno a repentaglio un diritto imprescindibile di ogni uomo e donna, sembra uno scenario da letteratura fantascientifica. Invece, non stiamo leggendo Orwell o Bradbury. Non stiamo parlando di un ipotetico mondo dominato da un regime, e neppure di quella dittatura che per ventuno lunghi anni ha attanagliato il nostro paese, per combattere la quale – spero di poterlo affermare senza incorrere in errori – lo stesso Mario Ravaglia ha combattuto rischiando la propria vita. Stiamo parlando, purtroppo, di un paese in cui giustizia e vendetta sono confuse; in cui si preferisce attaccare crudelmente piuttosto che discutere; in cui lo studio, quello vero, scientifico, è vissuto come un peso più che una risorsa.
Così i colpi rivolti ad Angelo, toccano ciascuno di noi, ci riguardano, mi riguardano. Non solo come socia e membro dell’Isrec, ma soprattutto come persona, di cui vengono messi in discussione il diritto di espressione e di pensiero, come ingiustamente si è fatto con Angelo.
Elisabetta Zonca (responsabile della Biblioteca dell’Isrec)

