Lo sfratto dell’Aned da Auschwitz
Il 21 ottobre “La Repubblica” dà, perentoria, la notizia: “via l’installazione italiana da Auschwitz […] entro il 30 novembre l’Associazione nazionale ex-deportati rimpatrierà l’installazione”. L’Aned è “già in trattative per portare altrove” il memoriale che fino ad oggi ha rappresentato l’Italia in Auschwitz, Palazzo Chigi indicherà “come procedere per non perdere quelle stanze nel blocco 21 che altri Paesi (l’Ucraina, per esempio) vorrebbero all’interno del museo di Auschwitz”.
Dalla Polonia, Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana in viaggio con il sindaco di Roma Marino, prende la parola per “ringraziare il sottosegretario Graziano del Rio incaricato di risolvere il problema”: “Con la mediazione del governo si è trovata una soluzione per quel memoriale, che a parte una scritta di Primo Levi, nulla racconta della deportazione italiana. Ora sarà possibile costruire un comitato con l’Unione delle comunità ebraiche italiane per sviluppare un’opera di narrazione sul modello di […] altri Paesi come la Francia”.
Dall’Italia, il 22 ottobre, constatiamo che la battaglia aperta nel 2008 per salvare il “Memorial in onore dei caduti italiani nei campi di sterminio nazisti” si sta chiudendo con una sconfitta politica per chi si è impegnato per la valorizzazione e la salvaguardia in Auschwitz del memoriale voluto e realizzato dall’Associazione nazionale ex-deportati (Aned). Ogni sconfitta certo duole, questa lascia anche interdetti perché si sta trasformando in una beffa che offende la memoria di tutti quelli a cui il memoriale è dedicato e l’intelligenza di tutti noi italiani.
Il centro della beffa è la motivazione della chiusura e dello spostamento, che ormai senza nessun pudore viene persino riportata su un giornale autorevole come “La Repubblica”: il memoriale se ne va perché non corrisponde ai “criteri pedagogici e illustrativi” indicati dalla direzione del Museo di Auschwitz: “troppo opera d’arte quella spirale, con simboli politici come la falce e il martello non graditi nemmeno al governo polacco che ha avvallato la scelta della direzione del Museo”.
Una beffa, perché è difficile non ritenersi presi in giro di fronte a questa affermazione quando sappiamo di star parlando di un’opera d’arte nata dalla collaborazione di alcuni grandi del Novecento italiano – Primo Levi, Lodovico Belgiojso, Nelo Risi, Luigi Nono, Pupino Samonà – e voluta dall’Aned per dare voce in Auschwitz alla deportazione italiana legandola alla storia dell’Italia e dell’Europa: “La storia della deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa” ,dice il memoriale con il testo di Levi che dovrebbe accompagnare il visitatore.
Una beffa che rischia di offendere la memoria degli italiani caduti nei campi di sterminio, perché quel memoriale non è solo arte, ma testimonianza firmata per conto dell’Aned da due grandi testimoni, Primo Levi e Lodovico Belgiojoso, che nel memoriale hanno voluto raccontare la deportazione all’interno della storia d’Italia e nel suo intreccio di storie diverse, secondo il ritmo di una narrazione in cui le differenze creano la coralità di una storia collettiva: “Ma non tutti gli italiani sono stati fascisti: lo testimoniamo noi che siamo morti qui. […] alcuni fra noi erano partigiani e combattenti politici […] la maggior parte fra noi erano ebrei […] Noi, figli di cristiani e di ebrei (ma non amiamo queste distinzioni) di un paese che è stato civile, e che civile è ritornato dopo la notte del fascismo, qui testimoniamo”, continua il memoriale.
Una beffa che rischia di offendere l’intelligenza di tutti noi, perché si stenta a non arrossire pensando alla pedagogia che vogliamo accompagni i viaggi ad Auschwitz quando ad essere sfrattata è un’opera d’arte che l’arch. Zevi inserisce nella sua storia dell’arte italiana contemporanea come opera all’avanguardia, per cui il Consiglio Superiore del Ministero dei beni culturali, gli arch. Paolo Portoghesi e Cesare De Seta e tanti altri hanno invitato l’Italia a far valere il suo diritto a difendere il proprio patrimonio culturale di fronte all’amica Polonia.
Rispetto a questa beffa c’è certo ancora chi non dimentica che la scelta consapevole per l’arte compiuta dal gruppo di lavoro dell’Aned per il memoriale, scartava l’idea di costruire una mostra documentaria, per creare un luogo fuori dalle mode memoriali soggette a cambiare nel tempo e all’evolversi dei tempi. O chi ancora ricorda che l’intervento di Primo Levi, il testo che tutti possiamo leggere nelle sue Opere pubblicate da Einaudi (p. 1335-1336), è la struttura portante dello svolgimento del dipinto delle tele e che quelle tele raccontano la storia dell’Italia dall’avvento del fascismo alla liberazione. O chi sa che la musica che nel memoriale si dovrebbe ascoltare è quella composta da Nono per la messa in scena dell’Istruttoria di Peter Weiss, opera scritta a partire dalle deposizioni dei testimoni durante il Processo di Franconforte a un gruppo di SS e funzionari di Auschwitz. O chi non si stanca di ripetere che il memoriale è del 1979, non del 1980, e fa parte integrante di Auschwitz come sito Unesco.
Eppure gli addentellati della beffa si moltiplicano e andranno moltiplicandosi nei mesi che ci separano dallo smontaggio: il presidente di una comunità ebraica importante che fa affermazioni pesantissime su un’opera che è stata realizzata con il sostegno delle comunità ebraiche, il governo italiano che è ringraziato perché ha reso effettivo lo sfratto da Auschwitz dell’Aned (l’associazione che in Italia ha costruito la memoria della deportazione), il sindaco della capitale italiana che invita ad ispirarsi al padiglione francese per il Museo della Shoah di Villa Torlonia, come se non esistesse una cultura italiana dei luoghi per la memoria della deportazione, un giornale nazionale che nemmeno più si meraviglia che all’Aned e a testimoni come Primo Levi o a Lodovico Belgiojoso si tappi la bocca in Auschwitz facendoli passare per “comunisti”.
Per questo ci si domanda: a cosa serve sapere oggi in Italia? Per questo viene voglia di chiedere a quali padri dell’Europa Renzi si riferiva nel suo discorso di inaugurazione del semestre italiano in Europa, se è poi il suo sottosegretario Del Rio che trova la soluzione al problema del memoriale, nei fatti sfrattandolo da Auschwitz?
Certo, mi si dirà, è ancora grazie al governo se l’Aned riesce a riportare in Italia il memoriale e magari a trovare un posto dove collocarlo. Eppure di fronte a articoli come quelli della Repubblica di ieri mattina, viene voglia di chiedersi se anche questa del trasferimento non è una grande beffa o una scappatoia per non rispondere della nostra memoria. Non è qui questione di giudicare lo sforzo dell’Aned per riallestire in Italia, nonostante tutto, il suo memoriale, ma di chiedere, non all’Aned, ma all’Italia, al governo e a noi cittadini, il significato che diamo a questo sfratto e al trasferimento del memoriale. È l’Aned che stiamo sfrattando dal nostro orizzonte memoriale? È il modo di fare memoria della deportazione che l’Aned ha lasciato in eredità che imbarazza o che respingiamo? Che posto o che significato diamo all’antifascismo nella costruzione della memoria dell’universo concentrazionario?
Certo, mi si dirà, in Auschwitz bisogna raccontare la storia della Shoah, focalizzare l’attenzione del viaggiatore che arriva sulla deportazione razziale dall’Italia, perché Auschwitz era la meta della deportazione razziale. E qualcuno dirà anche i numeri. E alla fine tutti penseremo che è sensato, è una questione di buon senso. E invece no, non riuscirò mai a smettere di pensare che Primo Levi e l’Aned ci hanno insegnato di più: ci hanno insegnato che la memoria è una questione di intelligenza e fantasia non di buon senso, che la Shoah deve essere una storia che riguarda tutti e per questo non può essere declinata se non nella storia del nostro paese: non può che diventare una storia comunitaria, soprattutto nei luoghi simbolo dell’immaginario collettivo come ormai è Auschwitz.
Ci si augura – ed è amara consolazione – che l’intervento di una regione e due comuni nella questione del rimontaggio in Italia del memoriale aiuti a aprire una riflessione sul suo significato culturale e sulle scelte memoriali che come collettività compiamo. In primis, chi e come sarà incaricato di realizzare in Auschwitz la nuova installazione? Che significato avrà per l’Italia l’installazione in Polonia e in quale circuito della memoria sarà inserito il memoriale rimpatriato? Ma soprattutto a chi bisogna porre queste domande?
“Che il ricordo sia stimolo alla conoscenza e la conoscenza matrice di coscienze avvertite, presenti, impegnate nella costruzione e nella difesa di una società aperta all’amore, alla giustizia e all’uguaglianza”, scriveva Gianfranco Maris presentando da presidente dell’Aned il memoriale. Che il memoriale e la sua vicenda tengano viva la nostra memoria di cittadini.
Elisabetta Ruffini (direttrice Isrec)

