Il Memoriale italiano di Auschwtitz o delle bugie che offendono
La vicenda del Memoriale Italiano di Auschwitz sembra si stia chiudendo e torna di attualità su alcuni giornali italiani. L’Isrec Bg si è impegnato da anni sulla questione del memoriale e di fronte alle superficialità che si vanno diffondendo in questi giorni ha deciso di prendere la parola, convinto infatti che la precisione sia il minimo che si possa pretendere in questa delicata vicenda di memoria e di conservazione del patrimonio artistico e culturale italiano
Elisabetta Ruffini, direttrice dell’Isrec, ha scritto a Corrado Augias il 30 gennaio, dopo che diverse lettere erano state pubblicate sulla rubrica da lui curata per “la Repubblica”.
Caro Augias,
la sua rubrica ha dato spazio in questi giorni alla questione del Memoriale italiano di Auschwitz e come Istituto della Resistenza di Bergamo, che ha iniziato a battersi dal 2008 per chiedere al governo italiano la riapertura del nostro memoriale, prendo oggi la parola contro la sciatteria e l’inadeguatezza – per usare una sua espressione – delle spiegazioni date circa la necessità della chiusura e dello spostamento dell’opera italiana.
Ad Auschwitz l’Italia non ha una mostra da rifare. Ha un’opera realizzata dall’Aned (Associazione Nazionale ex-deportati) e frutto del lavoro di grandi nomi della cultura del Novecento: Lodovico Belgiojoso, Primo Levi, Nelo Risi, Pupino Samonà, Luigi Nono, che insieme hanno costruito un luogo di memoria per raccontare la storia della deportazione italiana nel quadro storico delle “tirannidi nazifasciste” (per usare le parole di Primo Levi). E’ quest’opera, considerata di primo piano nella storia dell’arte italiana (cfr. Bruno Zevi e Cesare De Seta), che l’Italia ha deciso di portare via da Auschwitz, permettendo al Museo di dare lo sfratto all’Aned.
Responsabile della presenza italiana nel campo di fronte al Museo polacco è la Presidenza del Consiglio e trovo vergognoso e indicente che oggi si scarichi sulla Polonia ogni responsabilità della scelta di chiudere e togliere il memoriale italiano per realizzare una nuova installazione. E’ mai possibile che l’Italia non sappia proteggere il proprio patrimonio artistico e storico nel mondo? Qualcuno vuole farci credere che di fronte alla scelta italiana di conservare in Auschwitz il memoriale di Levi (unico esempio in cui il testimone Levi lavorò per la realizzazione di un’opera architettonica) la Polonia avrebbe forse fatto nascere una crisi diplomatica?
Insieme all’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano) e i sindacati edili di CGIL, CISL e UIL, e a fianco dell’Aned, avevamo intrapreso nel 2009 una battaglia perché il memoriale italiano fosse restaurato e aperto al pubblico. Questa battaglia, che oggi anche altri stanno portando avanti (Gherush92), credo ormai possa dirsi persa. L’Aned non ha potuto che adeguarsi alle volontà del Museo fatta propria dal governo italiano e, per salvare il suo memoriale dalla distruzione, decidere di smontarlo e trasferirlo in Italia.
Tuttavia credo che, in quanto cittadini italiani, possiamo pretendere, da chi ha deciso – in primis la Presidenza del Consiglio – di tappare in Auschwitz la bocca a Primo Levi, una spiegazione più articolata della facile storia dei cattivi polacchi allergici “ai richiami artistici al comunismo, oggi considerati fuori legge in Polonia” (Repubblica 29 gennaio, Stefano Verrecchia, Ministero degli Esteri).
Matteo Renzi, in quanto Presidente del Consiglio, aveva aperto il semestre italiano in Europa richiamandosi ai padri dell’Europa e alla necessità di raccogliere la loro eredità, ma allora perchè l’Italia non si è mossa per rendere agibile e fruibile oggi l’opera di Levi e Belgiojoso? Entrambi si sono battuti per un’Europa libera dal nazifascismo, ma oggi, mi pare, l’Italia rischia di farli passare per due ripetitori acritici dell’ideologia comunista. O forse, l’Italia ritiene che l’antifascismo, tradizione a cui Levi guardava mentre scriveva la trama di quel memoriale, è un’eredità di cui vergognarsi in Europa ed a Auschwitz in particolare?
Ringraziandola della sua attenzione, le porgo i miei cordiali saluti
Elisabetta Ruffini (direttrice dell’Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea)
Leggi l’intervento di Corrado Augias in risposta ad una lettrice – Repubblica 27 gennaio 2015 –
Leggi la lettera del Ministero degli Affari Esteri alla ribrica di Augias – Repubblica 29 gennaio 2015 –
Leggi l’articolo di Alessia Rastelli – Corriere della Sera 28 gennaio 2015 –
Il prof. arch. Cesare de Seta ha risposto a Elisabetta Ruffini. Ci pare importante rendere nota la sua posizione e ripubblicare quanto de Seta scriveva per L’Espresso il 10 marzo 2011 – Leggi il suo intervento e l’articolo de L’Espresso

