Perché le scelte politiche non sono degne di ricordo

Sandro Da ReOggi si sono celebrati i funerali di Sandro Da Re, scomparso giovedì all’età di 92 anni e L’Eco di Bergamo in prima pagina titolava “Cultura in lutto. Addio a Sandro Da Re fotografo delle Mille Lire” e ritracciava la biografia del fotografo: figlio di Umberto “uno dei pionieri della fotografia a Bergamo”, Sandro è stato “testimone del suo tempo, con una vita professionale completa”. Ha imparato la fotografia nello studio paterno, dove ha lavorato tutta la vita e insegnato la fotografia ai figli e ai nipoti. Fotografo dei pittori bergamaschi, di Maria Montessori in visita da Myriam Agliardi (ritratto che poi figurerà sulle Mille lire, senza che la Banca d’Italia abbia mai riconosciuto a Da Re alcun diritto), esperto della fotografia industriale a partire dai lavori fatti per la Dalmine, che fotografò per primo anche il giorno del bombardamento il 6 luglio 1944: “non c’era ancora andato nessuno, mi accompagnavano due addetti della sorveglianza”.

Eh già, chi era Sandro Da Re per essere il primo ad entrare a fotografare la Dalmine bombardata? quale ruolo svolse nel periodo fascista lo studio Da Re?

E’ quasi sorprendente come le ricostruzione che sono state fatte in questi giorni passino completamente sotto silenzio la politica che pure attraversò sotto il fascismo la vita della studio Da Re e del giovane Sandro.
Gli interrogatori a Umberto e Sandro, raccolti dal gruppo partigiano Fiamme Verdi Val Brembo immediatamente dopo la Liberazione e raccolti, insieme ad altri, da don Antonio Milesi in un fascicolo dal semplice titolo di “Fascisti”, testimoniano un percorso dentro il fascismo che pare impossibile dimenticare, anche per capire la portata dei Da Re nella cultura bergamasca. Già fotografi per Piacenti della Casa Littoria (oggi casa della Libertà), Umberto nei venti mesi della guerra civile era fotografo, si direbbe oggi, accreditato presso la Federazione fascista alla Casa Littoria, dove Sandro lavorò come piantone, ascoltò le urla dei partigiani durante gli interrogatori, assistette almeno a quello di una giovane donna, fu implicato nella banda Pirrone (banda di fascisti che travestiti da partigiani aggredirono le collettività di Bianzano e Leffe) e lasciò, inorridito dalla ferocia dei compagni, per chiedere il trasferimento alla Federazione di Como come fotografo dove restò fino alla fine della guerra.

Era giovane Sandro quando c’era il fascismo – giovane quanto Dell’Orto, Giorgio Paglia, Mario Zeduri, giovane come tanti giovani che il fascismo assassinò. Era un giovane fotografo che aveva imparato e andava affinando un mestiere o un’arte che significa guardare e far guardare il mondo. Un mestiere o un’arte che non sono neutri rispetto alla prospettiva scelta per vivere il mondo. Si sa che l’estetica è legata alla politica prima che come nozione teorica, come conseguenza pratica della prospettiva adottata per guardare il mondo e crearne l’immagine.
Per questo dispiace che non si riconosca a Da Re la scelta politica fatta mentre diventava fotografo, fatta con convinzione e fino in fondo. Tale volontà di nascondere qualche mese fa è arrivata a diventare istinto di censura (cfr. Studi di storia contemporanea giugno-dicembre 2015, p. 155) e dispiace perché Da Re da fascista avrebbe potuto dirci molto del fascismo a Bergamo, della fotografia sotto il fascismo a Bergamo, del funzionamento della Casa Littoria.

Alla cultura bergamasca si sa piace innanzitutto la “bergamaschicità”. A noi resta l’impegno a non far dimenticare che c’era anche lo studio fotografico Sacchi, pionieristico anche lui a Bergamo, ma fondato da Pietro, che veniva da Milano e fu padre di Velia Sacchi, una donna che rischiò se stessa nella Resistenza, visse a Milano e a Roma e si batté per le donne, anche le bergamasche, ma non solo

Foto de ©L’Eco di Bergamo

loading