L’8 settembre 1943 e un nuovo frammento dell’occupazione tedesca di Bergamo
L’8 settembre 1943 è una data cruciale nella storia del nostro paese e, ormai da una decina di anni, l’Isrec si è impegnato a sottolinearne l’importanza in mezzo alla propria collettività.
Per dirla parafrasando Natalia Ginzburg che visse quel giorno, l’8 settembre è una data cruciale perché in quel momento “le parole patria e Italia”, liberate “dall’aggettivo fascista, […] d’un tratto alle nostre orecchie risultarono vere. Eravamo là per difendere la patria e la patria erano quelle strade e quelle piazze, i nostri cari e la nostra infanzia, e tutta la gente che passava”. E per quella patria, che ha ritrovato il suo significato lontano dalla retorica, ma dentro l’esperienza vissuta, “ognun era pronto a perdere se stesso e la propria vita”.
Ma ai nostri occhi, oggi, quella data appare cruciale anche perché è un momento in cui il pericolo incombente su un intero paese non lo paralizza nella paura, non induce al vittimismo, al revanscismo o allo sciovinismo, ma anzi la tensione del momento diventa pungolo per mettersi in crisi, per fare i conti con se stessi e trovare la lucidità per rischiare se stessi.
Se veniamo alla città di Bergamo, i tedeschi entrano il 10 settembre tra le 15 e le 16 del pomeriggio; è un venerdì. Il commissario al Comune durante i quarantacinque giorni, Sereno Locatelli Milesi, rimane a Palazzo Frizzoni fino a tarda ora: insieme al prefetto, tenta, ma invano, di mettersi in contatto con il comando tedesco e quindi fa ritorno a casa, a Villa d’Almè. Il colonnello Poli comandante del 78° reggimento di stanza alla Caserma Umberto I è “indisposto” e irreperibile in caserma, progressivamente abbandonata anche dalla truppa. L’11 settembre è la data del primo proclama del comandante tedesco Neumann, che ingiunge la consegna delle armi, e del primo incontro tra autorità italiane (il prefetto e l’assistente Giura) e comando militare tedesco.
Il 9 settembre Ettore Tulli -che è venuto allo scoperto il 25 luglio, e di cui pochissimi conoscevano l’appartenenza al partito comunista clandestino- si era messo alla testa dei cittadini che su sua sollecitazione si dirigono alla Prefettura, reclamando le armi che dovrebbero servire a fronteggiare l’occupazione della città: “Mi dirigo alla Prefettura che è presidiata da una compagnia di soldati,, seguito da moltissima gente: lungo il tragitto però le file si assottigliano e arrivo ai cancelli della Prefettura seguito da non più di sette o otto persone: fra queste Guido Galimberti, il ragazzo Minardi e pochi altri ragazzi”. La sottrazione di armi alla prefettura o la raccolta di quelle abbandonate dai militari in fuga non portano all’organizzazione di nessuna risposta armata. I primi spari, le prime bombe sono lanciate dai tedeschi l’11 settembre intorno alla villa dell’ex podestà di Bergamo (Carlo Vitali) dove avevano trovato rifugio militari dell’ex campo della Grumellina, involontariamente traditi dallo stesso Vitali, con una telefonata alla caserma Umberto I.
L’aiuto agli ex prigionieri alleati è l’unica vera e propria reazione di massa e quanto accade presso la villa di Vitali è significativo di quanto quegli ultimi venti mesi di guerra impongono. Se l’aiuto portato ai militari alleati che scappano dai campi di prigionia fascisti è proprio di una guerra che gli storici definiranno totale e non convenzionale, esso diventa il primo atto della Resistenza nel nostro paese se accompagnato dalla consapevolezza che proteggere i corpi braccati dalla violenza nazista, prendersene cura è un atto politico. E non importa che per molte di quelle donne che in questo atto umanitario rischiarono se stesse aprendo le loro case tale consapevolezza sia chiara, risulta però evidente fin da subito che lo spirito di obbedienza alla legge che aveva sempre ispirato l’agire del podestà Vitali – come farà notare Locatelli Milesi – non può essere più una giustificazione al proprio agire e che, di fronte ai bandi che intimeranno la consegna dei militari alleati, bisognerà imparare in fretta a misurare le proprie azioni al cospetto della propria coscienza, perché legalità non è automaticamente sinonimo di giustizia e per salvare l’umano bisogna anche sapersi mettere fuori dalla legge, diventare banditen.
Sapevamo che a Bergamo i tedeschi occupano la Caserma Umberto I, il Distretto militare e probabilmente le altre caserme e si impossessano di quei luoghi da loro considerati importanti per imporre il controllo sul territorio. La ricerca sul carcere ci ha portato a scoprire che il 10 settembre, entrando a Bergamo, i tedeschi assaltano anche il carcere Sant’Agata. Non ritorneremo quindi a raccontare come nascono le prime bande nella nostra zona, a quel primo e fondamentale lavoro per tessere rapporti e creare reti, imparando dai propri errori pagati al prezzo di vite umane, abbiamo dedicato tante volte la nostra attenzione. Vogliamo invece condividere questo nuovo tassello sull’ingresso dei tedeschi a Bergamo, ricostruito grazie all’intreccio del lavoro in diversi archivi dei nostri ricercatori.
Abbiamo reperito tre documenti che ci permettono di descrivere l’episodio: la relazione dell’intervento di riparazione del portone principale del carcere, il testo della sentenza delle detenute fuggite il 10 settembre, la relazione dell’assalto redatta dal capoguardia per il direttore. I primi due documenti li abbiamo trovati in archivio di stato: l’uno nel fondo del Genio Civile, tra le carte del XX secolo, l’altro nel Registro della Pretura di Bergamo, nel volume del 1944. Il terzo documento è una fotocopia saltata fuori facendo ordine nelle carte dell’Isrec. Quest’ultimo documento ci conferma quanto detto indirettamente dagli altri due, ci porta nel vivo della notte del 10 settembre e ci fornisce delle indicazioni indirette sulla topologia e la vita del carcere.
Sono le ore 21 del 10 settembre e al portone del carcere nel vicolo Sant’Agata si presentano un ufficiale e “una moltitudine” di militari tedeschi; l’ufficiale chiede di entrare, al primo rifiuto del portinaio vengono lanciate alcune bombe a mano a cui segue una scarica di mitragliatrice. I tedeschi riescono ad entrare e salgano al primo piano, dove c’è il reparto femminile; nel frattempo le guardie trasferiscono i detenuti del reparto maschile nei sotterranei. Alle 27 donne detenute nel carcere e alle due suore che le sorvegliano è intimato di uscire. Al sopraggiungere del capoguardia Fusaglia, l’ufficiale tedesco chiede la consegna di 13 detenuti che si trovano a disposizione dell’ufficio politico della R. Questura di Milano e del Tribunale Militare di Seregno. Partiti i tedeschi con i prigionieri consegnati dal capoguardia, la calma ritorna: 5 detenute sono subito fatte rientrare, ci si mette alla caccia delle altre e già la sera del 10 settembre ne mancano all’appello solo otto. Il 12 febbraio 1944 in Pretura si svolge l’udienza n. 61 contro sette ex-detenute del carcere (sei sono processate di contumacia, solo Fiorina Margherita è presente), imputate del reato “di cui all’art. 385 CP perché, essendo legalmente detenute, evadevano dalle carceri giudiziarie di Bergamo 10/09/1943”. I danni materiali sono ingenti e riguardano l’ingresso e il primo piano: in particolare classificati come “Danni di guerra” troviamo i lavori necessari per aggiustare il portone d’ingresso principale, gravemente compromesso, la porta secondaria e una finestra di cui dà conto il verbale di somma urgenza inviato dal carcere all’ufficio del Genio Civile già l’11 settembre 1943.
Sappiamo che la macchina organizzativa tedesca avrà bisogno di qualche tempo per mettersi in moto e questo vale anche per il carcere: come ricorda un detenuto, Giacinto Gambirasio, i nazisti requisirono due celle e installarono un presidio ai primi di dicembre 1943, istituendo un posto di blocco su via del Vagine. Tuttavia l’assalto al carcere e il prelevamento con la forza di alcuni prigionieri (su cui resta da indagare) sono un’ulteriore prova di quanto il carcere risulti essere, anche agli occhi dei nazisti, luogo strategico per il controllo del territorio.
di Elisabetta Ruffini e Chiara Molinero
con la collaborazione di Angelo Bendotti e Silvano Marcassoli


