Biografie detenute – Ep. 2: Il carcere come labirinto di storie vissute

[continua dalla prima puntata]

Nel reparto femminile: intreccio di storie (seconda parte)

Ci eravamo lasciati la scorsa settimana nel reparto femminile del carcere di Sant’Agata, evocando una detenuta per reati comuni e un foglietto intorno a cui si stringevano 13 donne e da qui ripartiamo per continuare a dipanare l’intreccio di storie che popolano il carcere di Sant’Agata.

Non conosciamo né il nome della donna compagna di Betty né il reato per cui è condannata. Tuttavia all’interno della ricerca sul carcere, il nostro collaboratore Silvano Marcassoli ha analizzato i tredici volumi delle sentenze del Tribunale Penale di Bergamo emesse negli anni 1943-1945 e ha osservato che se è tangibilmente vero che le sentenze vanno diminuendo negli anni 1944-1945 (1943 sette volumi, 1944 tre volumi, 1945 tre volumi), i reati maggiormente commessi e puniti in questi anni sono l’infrazione annonaria (37,18%) e il furto/furto aggravato (35,80%). Alla lettura delle sentenze risulta che in molti casi questi reati traggono origine dalle difficili condizioni di vita vissuta dalla popolazione. Il razionamento alimentare non era sufficiente a sfamare la popolazione che spesso lo violava facendo ricorso al mercato nero.

Possiamo ipotizzare che proprio per un reato del genere possa essere stata condannata la compagna di cella di Betty Ambiveri e lasciarci anche andare alla fantasia pensando che possa essere quella Tieni ricordata da Adriana Locatelli come compagna di carcere insieme a tante altre donne tra cui anche la Ambiveri. Potremmo immaginare così che una domestica diventata ladra in casa del suo datore di lavoro si incontri con una condannata a morte per il suo impegno nella Resistenza. E potremmo anche sorridere al pensiero che il datore di lavoro era quel Sereno Locatelli Milesi più volte evocato nella nostra rubrica come rappresentante dell’antifascismo bergamasco e chiederci se la Tieni fosse diventata ladra per necessità o per cupidigia. Sappiamo però che stiamo qui cadendo in uno sterile gioco di fantasia, che abbiamo spinto fino in fondo solo perché ci aiuta a osservare che è difficilissimo recuperare i nomi delle detenute comuni nelle testimonianze pervenute fino a noi, a firma di detenute politiche. Questa Tieni è un’eccezione che per altro è ancora tutta da vagliare con più attenzione, come ci suggerisce lo stesso Marcassoli.

È piuttosto certo invece, perché ripetuto in tutte le biografie dell’Ambiveri, che la detenuta per reati comuni sua compagna avesse un figlio piccolo di nome Paolo. Anche la Curti ne parla, ricordando le storie fantastiche che, per calmarlo, lei e l’Ambiveri gli raccontavano prima di mettersi a chiacchierare degli amici e del futuro, a recitare un rosario o a cucire un vestitino. Paolo ha seguito la madre in carcere, ma ha diritto ad uscire per andare all’asilo e, ancora una volta grazie alla complicità delle suore Poverelle, attraverso Paolo escono anche lettere clandestine. I racconti dei testimoni si fanno troppo confusi per permetterci di capire se attraverso Paolo uscirono le lettere solo di Betty o anche di altre prigioniere; certo è che in una di queste lettere clandestine Betty ricorda come tutte le prigioniere scrivevano, sedute sulle loro brande, con il foglio sulle ginocchia o su piani di fortuna e ci sembra importante cogliere nel loro scrivere un bisogno di intrattenere i legami con il mondo fuori dal carcere, di lasciare traccia di sé oltre il muro.

È forse per rispondere a questo bisogno che 12 donne, in una data imprecisata compresa fra il Natale 1943 e il febbraio 1944, scrivono il proprio nome su quel foglietto con cui avevamo chiuso la puntata scorsa.

Il prezioso documento si trova oggi nell’archivio dell’Ambiveri: forse è stato portato fuori dal carcere clandestinamente da Paolo, è certo che ha oggi l’aurea dei memoriali che si levano dal mezzo delle ceneri.

Le 12 donne che affidano a Betty un ultimo pensiero sono in carcere perché dichiarate per legge “di razza ebraica” e possiamo ipotizzare che i loro nomi si stringano nell’angoscia di un momento che è, molto probabilmente, la vigilia di una partenza, forse quella di “massa” del 24 febbraio 1944 verso il campo di Fossoli. Di certo invece sappiamo che quelle 12 donne una volta trasferite al campo di transito di Fossoli partirono per l’universo concentrazionario (11 il 5 aprile, 1 il 2 agosto) e nove di loro non fecero ritorno, assassinate a Auschwitz: solo Leopoldina Kosicek, Laura Levi e Anna Maria Gottlielb sopravviveranno (la prima a Bergen Belsen, le altre a Auschwitz), uniche tra i 45 ebrei arrestati a Bergamo e provincia per essere deportati.

Grazie alle ricerche di Cavati, possiamo affermare che la quasi totalità degli “ebrei” catturati a Bergamo e in provincia passa per Sant’Agata prima di essere trasferita a Fossoli.  Addirittura alcuni detenuti ci passano due volte: presi e rilasciati nel dicembre, sono ripresi nel febbraio quando il campo di Fossoli è pronto per accoglierli. È questo il caso di almeno due delle nostre dodici donne, Anna Maria Gottlieb e Leopoldina Kosicek, e forse anche di Ilda Sonino. È certo in ogni caso che il carcere di Sant’Agata funge per Bergamo da campo provinciale.

Non abbiamo testimonianze sulla permanenza a Sant’Agata rilasciate da donne o uomini condannati perché “di razza ebraica”. Pare però possibile supporre che nel carcere non ci fosse un’ala specificatamente destinata agli “ebrei” e che gli uomini venissero quindi divisi dalle donne. Anche il nostro foglietto testimonia la convivenza di detenute “ebree” con quelle di altre categorie, come è del resto attestato anche da tanti altri racconti di ex detenute.  E se per il momento non abbiamo trovato testimonianze di prigionieri politici che ricordano di avere condiviso la cella con detenuti “ebrei”, non sappiamo se questo possa essere traccia di una diversa sensibilità tra testimoni o di una diversa topologia del reparto maschile e delle sue celle. C’è infatti un solo, rapido e vago accenno nelle memorie di Giacinto Gambirasio, che attesta dell’ingresso di “una quindicina di ebrei ammonticchiati” in un’unica cella all’inizio di dicembre: ricordo questo ancora tutto da analizzare più nei dettagli.

È interessante allora notare che la testimonianza del passaggio in carcere delle donne dichiarate per legge “di razza ebraica”, ma anche degli uomini, o si scrive in assenza, nel silenzio che cade sulle loro vite, o diventa parola in conto di terzi e riemerge nelle parole di compagne e compagni di detenzione. Per esempio, attraverso le parole di Lydia Curti ritroviamo nel carcere Nora e Clara Levi e nella loro scia agitano il silenzio le ombre della loro sorella Laura, delle loro zie e della loro mamma. E questo silenzio si carica anche dei legami familiari vissuti dentro il carcere, ma anche di quelli spezzati dalla divisione tra uomini e donne: se riprendiamo il nostro foglietto possiamo rilevare il caso di Leopoldina Kosicek o Ilda Cantoni in carcere con i rispettivi mariti e interrogarci se l’undicenne Vittorio Levi sia stato strappato dalla mamma Regina Hazan perché considerato ormai un uomo o lasciatole accanto magari in trasgressione di qualche regolamento. E non basta: sulla vita di questa categoria di detenuti pesa anche il silenzio delle comunicazioni con l’esterno del carcere, necessario per non mettere in pericolo i propri cari. Ripensiamo solo a Ilda Sonnino in carcere con la madre e il cui padre era momentaneamente scampato all’arresto perché ultra-settantenne; a Regina Hazan con i suoi due figli portata via da casa quando per caso il marito non c’era; o ancora a Rachele Lea Stern che ha visto morire il marito a Treviglio, lontano dalle sue figlie. Se non abbiamo sbagliato, nessuna di queste donne tenta di dare notizie di sé a casa: la condizione di nemici che pesa sui cittadini dichiarati per legge di “razza ebraica” lo rende impossibile, sarebbe un tradimento per i propri cari.

Nel vuoto della assenza delle parole di queste donne e di questi uomini, le firme di quelle dodici donne restano monito a non dimenticare che anche Bergamo non solo fu razzista per legge, ma collaborò attivamente alla Shoah. È alla questura di Bergamo che il carcere infatti consegna detenuti e detenute “ebree” per “il loro trasferimento in campo di concentramento”.

Il reparto maschile e il Tribunale Speciale

Ritorniamo ora nel reparto maschile. Nella primavera 1944 il carcere è “strapieno” tanto che i nuovi prigionieri vengono messi nelle cantine: così capita a Nino Belometti che entra a Sant’Agata insieme a 8 giovani del suo paese, Cividate al Piano, e a 4 di Ghisalba, tutti provenienti dal carcere di Treviglio. Belometti e i suoi 8 compagni erano stati arrestati perché il 2 aprile avevano disegnato sui muri la falce e il martello, scritto “morte al duce”, “morte a Hitler” e, girando per il paese, cantato “bandiera rossa”. Il podestà del paese sarebbe propenso a archiviare il caso, ma rinchiusi con loro si trovavano 4 ragazzi di Ghisalba che avevano malmenato un fascista. È così che da Bergamo si decide il trasferimento di tutti al carcere di Sant’Agata e il loro deferimento al Tribunale Speciale. I ragazzi passano un mese in cantina e poi sono fatti salire nelle celle grandi, quelle dagli alti soffitti che danno su via del Vagine.

I ragazzi stanno tutti insieme, in quelle celle grandi dove erano rinchiusi anche 25 detenuti, ricorderà Belometti. Hanno la possibilità di ricevere visite e cibo dai propri cari e lo condividono anche con altri compagni di cella che vengono da lontano, anche da molto lontano (Belometti ricorderà compagni di Genova). Insieme i ragazzi cantano, leggono e arrivano persino a fare teatro in cella: “si rideva e si piangeva nello stesso tempo e avevamo i crampi allo stomaco dalla fame”.  Intanto che il Tribunale speciale decide la loro sorte, i giovani sono utilizzati come forza lavoro e dopo il bombardamento alleato di Dalmine ogni mattina sono prelevati e portati “in diversi luoghi per cercare le bombe inesplose”. Il processo al Tribunale speciale si svolge per i giovani in contumacia: il Tribunale è a Parma e la città troppo lontana in tempo di guerra.  La sentenza arriva alla fine del mese di luglio: un anno di carcere con la possibilità di essere liberati in cambio di un’aperta collaborazione con i fascisti. La loro condanna è lieve, ma la loro reazione ferma: “con i fascisti non avremmo mai collaborato”, ricorda Belometti. I ragazzi sono convinti delle loro idee che si sono radicate anche di più nell’incontro con Dante Paci e Mario Aldeni, diventati compagni di cella e maestri di improvvisate lezioni di marxismo. Belometti e i suoi compagni non finiranno il loro anno di carcere: liberati per amnistia in occasione dell’anniversario della marcia su Roma, appena usciti dal carcere, sono fermati da un agente, portati in questura e consegnati ai fascisti. Strappati così un’altra volta ai loro genitori che li erano venuti a prendere, sono rinchiusi nella caserma Seriate e lì separati per raggiungere chi la Germania, chi Bolzano, chi Dobbiaco.

C’è chi avrà colto il nome di Dante Paci, anche per averlo sentito nella puntata dedicata allo Sport: Aldo Battaggion si trova infatti compagno di cella di Dante Paci e  Mario Aldeni.

Ci piace ricordare il sorriso di Dante Paci: “di statura piccola, moro e con due occhi lucenti, vivaci, che esprimevano la sua volontà e la sua decisione”, come ricorda la relazione anonima del Fondo Petrolini. Paci era militante del partito comunista di Bergamo dall’ottobre 1942: aviere presso la Caproni, fu costretto alla latitanza proprio per la sua attività politica. All’8 settembre 1943 fu uno dei primi ad organizzare una banda partigiana nella zona di Lecco, che dovette abbandonare per portarsi con i suoi uomini a Zambla nel Roccolo di Gasparotto. Si ricorderà che Dante fu catturato e portato in Federazione il 16 gennaio 1944 insieme ai ragazzi della sua banda e a Battaggion, dopo lo scontro a fuoco, in cui fu ucciso Valdo Eleuterio e dato alle fiamme il roccolo Gasparotto.

Aiutati dal diario di Aldo Battaggion possiamo ancora una volta, come nel caso di Belometti e dei suoi compagni, immaginare la vita dentro il carcere di 13 giovani uomini, rinchiusi tutti insieme dal 15 aprile al 20 maggio 1944, in una delle grandi celle ariose, pronti a condividere e a vivere fino in fondo la loro vita lì.

Il 20 maggio, gli 11 giovani componenti la banda sono rilasciati con “l’obbligo della partenza militare” (secondo quanto scrive Battagion nel suo diario), mentre Battaggion e Paci, considerati i comandanti, sono trattenuti. Per due giorni i due giovani restano insieme nella grande cella, ma la cella diventa a pagamento e Dante non può permettersela. È allora forse che si sposta nella cella con Belometti e i suoi compagni e qui trova l’Aldeni. È allora che Dante condivide la sua preparazione politica con i suoi compagni di cella, come già aveva fatto in montagna con i suoi uomini: “E fu lui che ci portò ai primi discorsi di vero antifascismo, con una certa base politica, perché poi ci disse che lui era comunista, noi non sapevamo neanche cosa fosse il comunismo…( intervista a Malenza)

È solo la sera del 20 luglio che Dante ritrova Aldo, sfigurato dalle “botte eterne” prese in Federazione. Insieme a Mario, i due sono rinchiusi in una cella di cui non sappiamo il numero, ma sappiamo che era piantonata all’esterno.

Due osservazioni allora:

La prima: nel luglio 1944 nei giorni seguenti l’assassinio di Favattini sono portati in Federazione e quindi a Sant’Agata molti presunti antifascisti. Tra questi anche il medico Spartaco Minelli che, nelle sue memorie, condenserà quel giorno in una viva descrizione del carcere, dove nel corridoio semibuio della direzione si sente salutare persino dall’ingegner Carlo Pesenti e viene a sapere che a Sant’Agata “nella giornata saremo entrati in circa ottanta”.

La seconda: sappiamo che Dante come Aldo, ritenuti responsabili della banda catturata a Zambla, sono interrogati da fascisti e nazisti; catturati in combattimento, non ci risulta al momento che su di loro si sia aperto un vero e proprio fascicolo presso il Tribunale militare tedesco. Mentre Aldo sarà inviato in campo di concentramento, Dante è fucilato con Mario Aldeni e Silvio Belotti, all’alba del 21 luglio. La GNR costruirà la farsa di un Tribunale militare straordinario a coprire la vergogna di avere mandato a morte tre giovani uomini in rappresaglia di un assassinio che si scoprirà in verità compiuto non da partigiani, ma da un marito geloso dell’amante della moglie.

Sono le 4,30 del mattino, quando i fascisti prelevano dal carcere Paci e Aldeni per portarli al cimitero dove saranno fucilati con il Belotti arrestato la sera prima. Tutti i testimoni descrivono il silenzio che cala nei corridoi e nelle celle, il rumore di scarpe ferrate che rimbombano e quello di catenacci che si aprono e si chiudono.

Ostaggi

E chiudiamo senza chiudere questa puntata, mantenendo una promessa e ricordando uno di quei gesti fermi e inderogabili che oppone la forza del quotidiano alla violenza, arrivando persino a spiazzarne l’arroganza.

Era abitudine per i nazifascisti, nel caso non trovassero gli uomini e le donne che cercavano, arrestare i loro familiari: lo avevano dimostrato immediatamente anche in bergamasca, in uno dei momenti più dolorosi dei primi mesi della Resistenza. Nei giorni delle retate alla ricerca degli autori di quel primo vero e proprio colpo dei “banditen” in bergamasca che è l’assalto all’Ilva di Lovere del 28 novembre 1943. L’ultimo uomo che si aggiunge ai dodici già rinchiusi o a Sant’Agata o al Baroni è Vittorio Lorenzini che si consegna il 19 dicembre proprio per liberare la sorella presa come ostaggio e che sarà fucilato insieme ai compagni il 22 dicembre.

Anche se in maniera meno tragica, il fermo degli ostaggi continua per tutti i 20 mesi: ricordiamo per esempio quando Franco Mai e Aldo Battaggion sono in carcere e i loro compagni di lotta catturano due soldati tedeschi e chiedono uno scambio di prigionieri. Invece di liberare Mai e Battaggion, le autorità tedesche rispondono incarcerando a Sant’Agata le loro famiglie e dando un diktat di 24 ore per liberare i due tedeschi. Cesare Bonino ricorda nei dettagli l’episodio e racconta dell’incontro, proprio a Sant’Agata, con Fritz Langer.

Veniamo però alla nostra promessa. Vi ricordate il nome di Maria Taino, la mamma di Mimma e Bruno Quarti?

Nei primi mesi di occupazione Maria ha il coraggio e l’intelligenza di fare requisire la loro casa dai tedeschi così da renderla base sicura per la Resistenza. Proprio Mimma ricorda come sua madre “aveva avuto l’intelligenza di capire che se ci proteggevano i tedeschi, i fascisti ci avrebbero lasciati in pace.  […] I mei erano ridotti in una stanza più cucina e c’erano gli ufficiali tedeschi che occupavano le altre stanze” Villa Quarti in via Santa Lucia diventa in fretta una basa sicura perché Maria ha il coraggio di presentare ai tedeschi come suoi nipoti partigiani e partigiane di modo da suscitare l’ammirazione tedesca per la “bella e grande famiglia”.

I fascisti finiscono però per scoprire l’impegno della Resistenza di Bruno e Mimma e per ben due volte arrestano i lori genitori.

La prima volta i genitori Quarti sono convocati per un interrogatorio al Baroni. Quando i fascisti si presentano è quasi l’alba: il marito è prelevato subito, ma Maria osserva: “Ho da dare da mangiare alla mia vecchi madre; e poi al cane. Verrò più tardi” e così effettivamente accade, anche perché, noterà sua figlia, è sostenuta dai tedeschi. Alle 8 Maria con la domestica prende il tram per avviarsi verso il carcere e la domestica ricorda come sul tram Maria faccia sapere con voce ferma e alta di stare andando in carcere aggiungendo “perché adesso la gente onesta va in prigione e quelli che non lo sono no…”.  Il ricordo del secondo arresto fa ridere ancora trent’anni dopo la figlia Mimma. Questa volta Maria all’arroganza fascista oppone la vita del suo cane: se vogliono portarla via dovrà essere portata via con il suo cane che altrimenti sarebbe morto. È così che il cane della famiglia Quarti entra a Sant’Agata.

Se può far sorridere il pensiero che anche un cane nel periodo 43-45 finisce nel carcere di Sant’Agata, l’episodio a noi serve alla fine di questa puntata per ricordare i mille colori dell’esperienza che le donne e gli uomini della Resistenza hanno saputo opporre al nero del nazifascismo.

A cura di Elisabetta Ruffini, Chiara Molinero, Lia Martini
In collaborazione con Silvano Marcassoli e Angelo Bendotti

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